Vi scrivo dal porto di Lajes, nell'isola di Flores, dove ho calato l'ancora dopo 24 giorni di traversata, iniziata il 16 di maggio a Philipsburg, nell'isola di Sint Maarten. Questa traversata era già una fondata ipotesi fin dallo scorso anno. Con giugno inizia il rischio uragani nei Caraibi e ci sono due alternative all'ipotesi di stare lì a correre il rischio. Ci si può spostare in Venezuela, che è relativamente al sicuro dagli uragani. Dico relativamente perchè lo scorso anno uno è passato nelle immediate vicinanze facendo danni, ma non catastrofici. L'altra soluzione è abbandonare l'area, spostarsi alle Azzorre e poi decidere di tornare alle Canarie, per poi andare magari in Sud America, ad esempio in Brasile, idea che ho accarezzato a lungo. Davvero quando ho lasciato Las Palmas non sapevo ancora che cosa avrei fatto dopo l' arrivo ai Caraibi. Nel frattempo le cose esterne a noi procedono per loro propria virtù, le situazioni si modificano, le priorità mutano e, non ultimo, noi stessi, sulla base dell'esperienza, mutiamo orientamenti. Questo lungo preambolo per dire alla fine che dalle Azzorre non farò rotta per le Canarie. Rientrerò invece a Cagliari. Non so quando con esattezza, comunque non più tardi della fine dell'estate dovrei ritornare alla Lega Navale di Cagliari. Per fare cosa è presto detto. Lavorare. Una serie di circostanze mi spingono ad interrompere il mio viaggio e a tornare a "produrre". Ero evidentemente troppo giovane per fare il pensionato vagabondo. Poi magari ci si sono messe anche circostanze impreviste che hanno fatto assottigliare i fondi destinati al viaggio più velocemente di quanto pensassi. Però non sento questa decisione come una frustrazione, ben lontano. L'esperienza di navigazione e di vita fatta a partire dal novembre 2003, quando partii la prima volta, è stata così ricca e pregnante che quasi quasi, a prescindere dai motivi pratici detti prima, una pausa era quasi desiderabile. Sento il bisogno di dare la possibilità a me stesso di elaborare ciò che accaduto in questo periodo chè è stato un tale torrente di esperienze, incontri, luoghi, panorami, di miglia percorse sù e giù per l'Atlantico, tutto si succedeva così rapidamente che non avevo il tempo a volte di ragionarci, dovevo prendere atto e poi passare ad altro. Invece ora, a parte il visitare i luoghi dove farò scalo sulla strada del ritorno, e già questo è un programma affascinante, mi sta crescendo dentro l'aspettativa di ritrovare i miei affetti e la mia terra che, prima non l'avrei creduto, mi manca e mi è mancata tantissimo. Ho un grandissimo desiderio di vedere e parlare con gli amici, di bere con loro un buon bicchiere di Cannonau e mangiare i nostri buonissimi cibi, il nostro pane, che non ha eguali. E parlare. Racconterò e mi racconteranno. La mia navigazione è ancora lunga e impegnativa e l'affronterò con lo spirito e l'impegno di sempre, ma mi sorride l'idea che ogni miglio fatto sarà un miglio fatto verso casa. A presto
Gian Biagio
Nuovo articolo su quotidiano
Nuovo articolo su Gian Biagio pubblicato sul quotidiano Unione Sarda del 21 Maggio 2005
4/5/2005 Email dalla Ulyxes 4
Da S.Kitts
I Caraibi sono sempre stati leggendari per me e, credo, per moltissimi altri. I motivi sono stati diversi a seconda dell'età, da ragazzini erano le storie della filibusta a suscitare immagini di mare, combattimenti, tesori, pirati e bellissime compagne di pirati. Una volta cresciuti e diventati adulti, i Tropici sono diventati la sede dei sogni di vacanza fuori dal normale, spiagge e barriere coralline, palme e pesci coloratissimi. Una volta cresciuti ancora di più, i Caraibi sono diventati la meta obbligata dei sogni di chi come me, in barca, desiderava orizzonti che andassero oltre le Colonne d'Ercole, nell'Oceano. E quindi ecco le innumerevoli letture di navigatori che, appunto dopo la traversata dell'Atlantico, approdavano in queste mitiche isole e trascorrevano qui altrettanto mitici periodi di assoluta beatitudine. Quindi mi sono nutrito di leggende sui Caraibi, più o meno credibili, per una intera vita. Ora ci sono arrivato anch'io. Anche io vado di isola in isola. Anzi, sto quasi per andarmene, per evitare di essere nei paraggi quando cominceranno ad infuriare gli uragani. Ho ancora due o tre isole dove approdare e poi sarà di nuovo Oceano. Che cosa posso dire io sui Caraibi. Nulla di definitivo ed esaustivo, servirebbero anni e, forse, anche così direi chissà quante corbellerie, però, come sempre in questi casi, mi ero fatto un'idea mia su che cosa doveva essere questa parte del mondo e, naturalmente, la realtà, pur non smentendo in maniera clamorosa quanto avevo visto con gli occhi della mente, si è rivelata un'altra cosa. Io posso parlare del poco che ho visto. Qualche scampolo di questo viaggio di isola in isola. Questa volta sono a S.Kitts (S.Cristopher), proveniente da Nevis. A Nevis ho trascorso tre bei giorni, di cui due in compagnia di Giorgio e Pinella, due amici di Cagliari che da parecchi anni trascorrono gli inverni sulla loro barca, che sta permanentemente ai Caraibi, e per l'estate tornano in Sardegna. Ci siamo scambiati buoni cibi, vini sardi, chiacchere e compagnia. Mi ha fatto molta [...] a Cagliari tutti gli anni, ci troviamo, con le nostre due barche ancorate l'una accanto all'altra, di fronte all'imponente vulcano di Nevis, e a parlare poi delle solite cose. Queste evenienze a volte mi provocano una forma di intimo smarrimento, mi costringono a fermare il pensiero e fare mente locale sul dove sono e sul come ci sono arrivato. Faccio una piccola digressione. E' più di un anno che navigo. Spagna, Portogallo, Inghilterra, Azzorre, Madeira, Canarie e, ora, Caraibi. Migliaia di miglia, tanti luoghi, tante persone. Il desiderio di conservare memoria di tutto e di tutti è grandissimo ma, saltuariamente, sento quasi di smarrirmi un poco, sento il bisogno di fermare il pensiero sul momento che sto vivendo e di ancorarlo al luogo e al mio piccolo mondo, la barca e ciò che mi è familiare. Devo farlo per vincere una specie di vertigine spazio temporale che si disegna nella mia mente come un dubbio: dove sono?, dov'è, fisicamente, il mio vero mondo, la mia Sardegna! ? dura sempre solo un istante ma esiste, inconfondibilmente. Torniamo a Nevis che lascio per Basse Terre, capitale di S.Kitts. Nome francese per una città di una colonia che è stata inglese fino a 25 anni fa. Questo fatto è abbastanza comune da queste parti. Infatti questi luoghi sono stati spessissimo teatro, fino al 1800 inoltrato, di battaglie, conquiste, cambi di padrone; se le sono date tutti di santa ragione, inglesi, francesi, olandesi e spagnoli. Ne sono testimonianza gli innumerevoli forti, per la maggior parte ormai un mucchio rovinoso di pietre e gli onnipresenti cannoni. La città di Basse Terre fu fondata dai francesi durante un periodo di loro dominazione dell'isola. Gli inglesi la riconquistarono ma il nome dell'isola (un Colombo un poco vanaglorioso le diede, guardacaso, proprio il nome di S.Cristoforo) e quello della città restarono, da quei tempi fino ai giorni nostri, inalterati. Un'altra cosa molto importante è rimasta da allora inalterata, e ben evidente. ! Il colore della pelle degli abitanti. Nero. Eh si, qui nelle Indie occidentali è il più monumentale atto d'accusa sul più grave atto d'inciviltà che la "civiltà" occidentale abbia perpetrato. Lo schiavismo. Debbo confessare che spesso questa constatazione mi trafigge il cuore in modo quasi doloroso. Quando vado in giro per le strade, nei mercati, tra le case, e vedo tutta questa gente che vive, lavora, gioisce e soffre, non riesco a non pensare che questa gente non ha sue radici. Tutti, malgrado i loro cognomi, di suono inglese o francese, sono i discendenti di un numero sconosciuto ma, sicuramente enorme, di esseri umani che furono trasportati qui con la forza e, sempre con la forza, costretti a lavorare e condurre una vita bestiale per arricchire colti, educati, sensibili e ben vestiti bianchi, che potevano disporre dei loro schiavi a piacimento. Se, nel tentativo di ottenere ciò che più è prezioso per l'essere umano, la libertà, si ribellavano, venivano percossi, umiliati e, ove il padrone ne ravvisasse la convenienza, uccisi. Nessuno li difendeva, proprio nessuno. E oggi, di fronte ad atti di ribellione violenta o anche solo di delinquenza, da parte dei neri, non si dovrebbe mai dimenticare la responsabilità che i bianchi, cosidetti civili, hanno avuto nel portarli a questo punto. Forse le nazioni coloniali, quando hanno finalmente concesso la libertà a queste popolazioni, avrebbero dovuto fare molto di più di quanto non abbiano fatto, in termini di investimenti ed educazione per, almeno in parte, rimediare al crimine commesso e dare a queste popolazioni strumenti migliori per progredire. Se l'avessero fatto ora non vedremo l'abbandono e la miseria che spesso si vedono, appena oltre i confini degli insediamenti per i turisti. Scusate questa tirata, forse noiosa e scontata, ma se vedeste certi occhioni di bambini o certi visi di vecchi, così profondi, non potreste neppure voi evitare certe riflessioni. Torniamo dunque a Basse Terre. Un ancoraggio poco fortunato mi costringe a prendere ormeggio nel piccolo marina.! Faccio buon viso a cattiva sorte e, assicurato che tutto a bordo sia a posto, vado subito a fare un giro a piedi, il marina è proprio dentro la cittadina e io mi butto dove vedo più gente, ho deciso dentro di me che S.Kitts è un posto dove di può andare senza correre pericoli, non so se è vero, ma sono stanco di stare sempre in guardia. E' la stazione degli autobus, ma non pensiate a chissà quale edificio, ci sono alcune basse pensiline scrostate, delle bancarelle e dei chioschi, si vende cibo pronto da mangiare, birra. In un angolino un mucchietto di radici accastate a terra, non ne conosco nè nome nè uso, una vecchia donna seduta accanto che le vende. La gente è tanta ed i colori dei vestiti altrettanti. Le signore sono, in genere, "in carne", mentre le ragazze sono spesso seducenti, in ogni senso. I ragazzi le guardano con insistenza e commentano, una volta questo era sport molto popolare anche da noi, mi sembra di ricordare. Non mancano esempi di Rasta con le loro cuffie di lana che disciplinano chiome ridondanti e barbe e baffi quasi diabolici, nel loro genere sono bellissimi, avrei voluto fotografarne qualcuno ma non ho avuto il coraggio di chiederlo. Continuando nella mia passeggiata mi imbatto in un gruppetto che parla grottamente, hanno davanti a loro un secchiaccio contenente delle enormi e freschissime aguglie. Contratto il prezzo con quello che mi sembra il titolare del secchio, lui contratta ridendo e spassandosela, forse la mia aria o il mio inglese lo divertono. Comunque riesco a farmi consegnare il pesce per 7 dollari caraibici, meno di due euro. Faccio una digressione a proposito della lingua che si parla qui. Loro pretendono che sia inglese ma vi assicuro che le cose non stanno così. E' un "pidgin" dove trovano posto parole inglesi, la grande maggioranza, francesi e spagnole. La grammatica è quella inglese, ma molto scarnificata (già che di suo non è che sia poi così ricca). Il tutto viene pronunciato allo stesso modo con cui i nostri immigrati di colore pronunciano l'italiano. Potete immaginare il risultato finale, ma loro si capiscono a meraviglia. Uno mi ha detto, con un'aria candida, "Tu parli molto bene l'inglese, il tuo problema è che non lo capisci", roba da chiodi. Torniamo alla passeggiata. Mi imbatto nel mercato, data l'ora è quasi vuoto, ma trovo una cosa rara, il prezzemolo, la foglia è diversa ma il profumo, intensissimo, uguale al nostro. Nel mio girovagare ho deciso di andare ovunque me ne venga voglia. Mi addentro in una zona dove vedo molta folla, la gente riempie le strade, parla e scherza, ci deve essere una festa, c'è un palco e degli strumenti musicali, i vestiti delle donne sono sgargianti e multicolori, tutti bevono e mangiano qualcosa, ci sono tante bancarelle che vendono cibi fumanti e pronti da consumare. Penso a chissà quale festa tradizionale, mi rallegro dell'opportunità che mi si presenta, chiedo in giro e, ahimè, la realtà è meno affascinante di quanto pensassi. Accade, molto prosaicamente, che all'unico gestore di telefonini cellulari esistente se ne sia aggiunto appena un altro, in concorrenza al primo e, perchè la cosa fosse nota a tutti, questo secondo gestore ha organizzato la festa in piazza. Quando si dice villaggio globale. Però il mio desiderio di aver contatti con la gente autenticamente di S.Kitts si doveva realizzare veramente, in un modo del tutto inaspettato. Quando entrai con Ulyxes nel marina, vicino al mio ormeggio c'erano due pescatori, uno, Alphonso, un marcantonio alto due metri e largo quasi altrettanto con un disarmante sorriso da bambino, l'altro Rojston, di proporzioni più umane e con barbetta e baffi scaltri. Mi hanno aiutato ad ormeggiare e, appena ho messo piede a terra hanno attaccato bottone. Erano interessati a me, alla mia navigazione e, soprattutto, ad Ulyxes, fino al punto di chiedermi, senza preamboli, di visitarla. Io, reso guardingo dalla loro esagerata curiosità e dai racconti di tanti episodi spiacevoli accaduti ad altri navigatori in questi paraggi, ho sfoderato il mio sorriso più accattivante e con fare molto accondiscendente gli ho spiegato che, dopo i problemi avuti nel precedente ancoraggio, la barca era in disordine e di venire a visitarla all'indomani, dopo aver rassettato. Così intanto ho preso tempo. L'indomani il tempo è stato orribile, è piovuto in continuazione, io sono rimasto in barca e non ho pensato più ai due pescatori. Nel pomeriggio, mentre tutte le cateratte del cielo erano spalancate, sento dei rumori in coperta, esco in pozzetto e mi trovo davanti Alphonso, bagnato come un elefante (pulcino mi sembrerebbe inadatto), che tiene in una mano un'aragosta e nell'altra due pescioni già spellati e puliti. Sono per me. Io sono rimasto senza parole, ma lui non aspetta i ringraziamenti e scappa via perchè piove troppo. E dire che io, il giorno precedente, non gi avevo permesso di entrare in barca per diffidenza! Che lezione. Anche se le mie paure erano e sono giustificabili. Manco a dirlo, la sera ho festeggiato con un eccellente piatto di aragosta, cucinata sulla scorta delle istruzioni arrivate via HF (grazie Angela), era così abbondante che ne ho avuto anche per il pranzo del giorno dopo. La cosa non è finita qui naturalmente. Il giorno dopo, era di nuovo bel tempo, sono arrivati, tutti e due ordinati e profumati, hanno visitato la barca con una grandissima curiosità ed interesse. Da non credere, ma davvero non avevano mai visto l'interno di un veliero. Mi hanno fatto mille domande e si vedeva la loro meraviglia. Poi sono stati altri pesci, una papaya gigantesca, un giro per l'isola. Insomma hanno fatto veramente di tutto perchè io andassi via con una buona impressione della loro terra. E ci sono riusciti. Dal mio canto gli ho lasciato il mio ultimo pezzo di pecorino, che loro avevano assaggiato per la prima volta a bordo e che avevano mostrato di apprezzare, insieme al Cannonau della striminzita cantina di bordo e a qualche altra cosa. Insomma uno scambio di culture e di cibi da ricordare per gli anni a venire. Da parte mia e da parte loro, che hanno imparato che esiste un paese che si chiama Italia e dove non si parla l'inglese (questo fatto di una lingua diversa li incuriosiva e meravigliava insieme).
email dalla Ulyxes 4
Un'arrivo tribolato
Lascio Nevis per Basse Terre, S.Christopher (S.Kitts), verso le otto del mattino; si annuncia una smotorata di circa tre ore dato che non c'è vento. La destinazione si vede distintamente sin dalla partenza, la distanza è solo di una quindicina di miglia, accendo per puro principio gli apparati di navigazione e pianifico sulla carta, ma potrei arrivarci navigando ad "occhiometro", è semplice quanto andare dal Poetto a Villasimius. La navigazione è infatti senza storia, molto motore e vela solo per l'ora finale, paesaggi molto affascinanti, col vulcano di Nevis che scade di poppa e le alture di S.Kitts (vulcano d'ordinanza compreso) che si avvicinano. Il riconoscimento dei punti cospicui della costa è facile e arrivo presto in vista della diga foranea che dà un pò di protezione alla rada di Basse Terre. I punti di ancoraggio che vengono riportati sul portolano sono due, il primo, per chi arriva da Nevis, a ridosso della diga foranea menzionata e il secondo all'altro estremo della rada. Quando doppio la testata della diga mi si prospetta un'area un pò derelitta, vagamente industriale, con capannoni, qualche macilenta gru e qualche relitto. Decido che per uno che è in vacanza sia troppo deprimente e decido di percorrere le altre due miglia per portarmi oltre il molo di Porto Zante (si chiama veramente così), l'attracco per le navi da crociera che vengono fin qui, dove troverò l'altro ancoraggio. Quanto ci arrivo lo spettaccolo non è esaltante, manco in questo caso posso dire che sia un posto bellissimo, è di fronte ad una spiaggia scura a ridosso della quale c'è una strada e una fila di case basse e casupole. Sulla spiaggia, in bella evidenza, sbocca un grosso tubaccio che butta a mare un liquame molto sospetto. Ma, sia come sia, decido di attenermi all'idea di stare alla fonda, invece di usare il piccolo marina che è disponibile. Dò quindi fondo in cinque metri d'acqua e provo, come al solito, la saldezza dell'ancoraggio, elica indietro, la catena si tende, ottimo, Ulyxes si mette bene al vento ed è ferma come una [...], non arretra di un millimetro. Il tempo non è un granchè, nuvoloni, qualche goccia di pioggia fine, il vento che prima era da est, leggero, comincia a ruotare a sud e poi, rapidamente a ovest. L'ancoraggio, come la stragrande maggioranza degli ancoraggi dei Caraibi, è completamente aperto verso ovest. Io mangio qualcosina e tengo sotto sorveglianza il vento, se si mantiene da ovest dovrò lasciare l'ancoraggio. Passa poco tempo e il moto ondoso da ovest mi fa capire che fra poco sarà impossibile restare. La decisione è obbligata: salpare l'ancora ed entrare nel marina, è lì di fianco, si vedono anche gli alberi delle barche a vela ormeggiate all'interno. Dò inizio alle solite danze, metto in moto, dirigo Ulyxes sopravvento, sulla verticale dell'ancora, metto in folle, corro a prua e comincio a salpare col verricello elettrico. Debbo fare due volte avanti indietro perchè il vento, ora sostenuto, fa scadere la barca, nel tempo che vado a prua e salpo la catena. Ormai sono a picco corto, cioè la catena è quasi verticale, mi rendo conto che l'ancora non "speda", in altre parole, non si libera, è impigliata in qualcosa che sta sul fondo. Il moto ondoso, ormai deciso, impone terribili strattoni alla catena, al verricello e al "musone". Brutto affare. Rilascio un pò di catena per diminuire l'impeto degli strappi, provo varie volte col solo risultato di far subire un grande tormento all'attrezzatura. No, così non può andare. Rilascio abbastanza catena perchè non ci siano più strappi e decido che devo andare a vedere che cosa è accaduto all'ancora. Intanto scruto il cielo e annuso l'aria, se il vento dovesse aumentare sarò costretto a lasciare ancora e catena sul fondo, come si dice, dovrò "filarle per occhio", una manovra pericolosa, data l'estrema vicinanza della riva e costosa, la sola ancora costa 700 euro. Metto in mare il gommone, imbarco anche lo "specchio", un attrezzo col fondo trasparente, che permette di vedere attraverso l'acqua. Mi porto sul punto dove, presumibilmente, sta l'ancora, ma non riesco a vedere nulla, intravedo la sagoma ma non capisco che cosa non vada, l'acqua è troppo torbida (ricordate il tubaccio?). Provo e riprovo, niente da fare, con lo specchio non risolvo il problema, dovrò immergermi! Il solo pensiero mi fa rabbrividire, ma non ho scelta, e devo anche sbrigarmi, le condizioni potrebbero peggiorare da un momento all'altro. Torno su Ulyxes, prelevo maschera e pinne e torno, a nuoto, sulla verticale dell'ancora, seguendo la catena mi immergo e beh, l'ancora aveva tutte le ragioni per non volersi schiodare. Il fondo, costituito da roccia corallina, aveva un gradino, alto una trentina di centimetri e vuoto sotto, questo gradino aveva una spaccatura a forma di V e volete sapere dove la mia ancora CQR, a forma di aratro, è andata a sistemarsi? Ma si, proprio nella spaccatura, come un piede nella scarpa, era anche della misura giusta. Provo a smuoverla a mano e, per fortuna, vedo che non è forzata, riesco a muoverla con facilità. Neppure a pensare di levarla direttamente, se anche riuscissi a farlo, porrei Ulyxes in grave rischio, non ci sarebbero impedimenti perchè immediatamente cominciasse a scarrocciare verso la spiaggia, che dista solo una sessantina di metri. Nel tempo necessario a tornare indietro a nuoto, risalire, mettere in moto e dirigere verso il largo saremmo già sui bassi fondali, un vero disastro carico di terribili conseguenza. Torno quindi a bordo, prelevo una lunga e robusta cima; torno sull'ancora, mi immergo e annodo la cima alla "grippia" dell'ancora, cioè al foro che si trova, sull'ancora, dalla parte opposta della catena, metto in opera il cosidetto "grippiale". Il concetto è semplice tirando l'ancora dalla parte opposta a quella in cui ha fatto testa, essa si sfilerà dall'indesiderato alloggiamento che ha trovato nella roccia. Torno su Ulyxes, lego l'estremità libera del grippiale a prua, dò elica avanti e dirigo la barca sopravvento rispetto all'ancora. Manovra delicata. La catena stà ora sotto la barca e non davanti come è di norma, sotto la barca c'è anche un'elica che gira.... Raggiungo la posizione opportuna, invertitore in folle e corsa a prua. Comincio a tirare come un forsennato sul grippiale. Inizialmente nulla accade, l'ancora non cede e la barca, spinta dal vento, prende a rinculare verso la spiaggia, ho il timore di fare un'altro buco nell'acqua (ironia involontaria dei modi di dire). All'improvviso il grippiale si fa lasco, l'ancora ha spedato, ancora incredulo recupero alla velocità della luce la cima e quasi contemporaneamente, non chiedetemi ora come si fa, non saprei descriverlo, aziono il verricello per recuperare anche la catena, per evitare che, nel frattempo l'ancora di impigli in qualcos'altro. Finalmente vedo salire la forma allungata della CQR a picco sotto la barca, siamo a posto, l'emergenza è finita! Ma che fatica e che "spaghetto". Il seguito è storia di poche parole. Torno ai comandi, dirigo Ulyxes al largo; un volta in posizione di sicurezza vado a prua, rassetto, preparo le cime d'ormeggio e i parabordi e, finalmente entro nel marina dove ormeggio senza più alcun problema. Questo breve trasferimento era iniziato come una delle tappe più semplici e poteva finire in un serio problema. Che cosa ho sbagliato? tecnicamente direi di aver fatto le cose per bene, l'ancoraggio era quello previsto dal portolano, la tecnica di ancoraggio è stata quella classica e ed è avvenuta senza problemi, la situazione era sotto controllo. E allora? forse posso tirare in ballo un pò di sfortuna, la spaccatura nel corallo, il salto di vento improvviso ed imprevisto, ma forse più importante ancora, posso chiamare in causa una mia decisione, non aver voluto ascoltare una vocina che, da dentro, fin dall'arrivo, mi diceva, sommessamente, che quell'ancoraggio, scelto certo da esperti, non mi piaceva d'acchitto. Non potevo dire perchè, ma ricordo benissimo di aver dato fondo con riluttanza, quasi controvoglia. Avrei dovuto seguire la vocina, anche perchè è vero, tutto si è risolto bene, senza danni, ma poteva andare diversamente. Agli inizi dei tentativi di spedare l'ancora, quando ero a piombo sulla catena erano violentissimi, ho fissato, con un apposito e robusto attrezzo inox, un cavo di nylon ad una maglia della catena. Lo scopo era quello di far assorbire al cavo di nylon, molto elastico contrariamente alla catena che non cede di nulla, le botte più forti e fargli fare da ammortizzatore. Durante una fase di beccheggio particolarmente pronunciato, lo sforzo è stato tale che l'attrezzo inox si è letteralmente aperto, mollando la presa sulla catena e finendomi sull'avambraccio destro. Un bell'ematoma e niente di più, ma se mi avesse colpito in parti più vulnerabili....
5/4/2005 Email dalla Ulyxes 4
Un'avventura con Lucio
Siamo a Marie Galante, un'isola a circa 16 miglia a Sud di Guadalupe. Un nome un programma. Che cosa puoi aspettarti da un'isola che si chiama Galante? Gentilezza, forse signorilità, senza dubbio una buona accoglienza in stile molto francese. Sono le le 17:30, il motore del gommone fa un poco di bizze, come sempre ultimamente, lasciamo Ulyxes all'ancora per fare una visitina a S.Louis, il paesino che sta appena dietro la spiaggia, in questo ancoraggio da cartolina, con palme, foresta sullo sfondo e mare blu. Ci spostiamo lentamente verso pontone dove si ormeggiano i tender delle barche di passaggio. Già l'approdo avviene in maniera originale. Mentre stiamo ormeggiando il gommone, sul pontone ci sono tre ragazzotti, due cresciutelli e il terzo più giovane, che ridono, schiamazzano, si agitano in maniera un poco eccessiva, lo fanno forse per esibizionismo, non sembrano dannosi. Il nostro atteggiamento comunque è guardingo anche se non di diffidenza, in fondo siamo in territorio francese, o no?. Il più giovane, forse per un desiderio di affermazione nei confronti dei due più grandi, si cala le braghe e resta nudo davanti a noi. Non sappiamo che cosa il giovane virgulto si riprometesse, forse pensava ad una reazione vistosa da parte nostra. Noi, invece, ignoriamo glacialmente la questione e continuiamo le operazioni di ormeggio, usando, vista la poco chiara situazione, tre lucchetti per incatenare i nostri averi galleggianti. I ragazzotti stanno nei pressi, sempre allegramente agitati, noi, un poco perplessi per la bizzarra accoglienza, ci inoltriamo nel paese, sperando di ritrovare tutto in ordine al rientro. Beh, abbiamo detto paese, cerchiamo di non essere eccessivi, diciamo un molto pittoresco agglomerato di case, catapecchie, casupole e l'immancabile, nelle Antille francesi, monumento agli "Enfants morts pour la France", ovvero il monumento ai caduti della prima guerra mondiale (quelli della seconda non sono menzionati, chissà perchè). La vista non è particolarmente emozionante, in effetti Marie Galante si sta [...] noi, in fondo, siamo qui solo per fare due passi e trovare un ristorantino, per finire la serata. I due passi li facciamo lungo quella che sembra essere la strada principale, e ci imbattiamo in un giovane di colore, occhiali scuri, walkman, vestito e sistemato molto dignitosamente, che, senza preamboli, ci chiede del denaro per.. pagarsi il caffè. Bizzarra motivazione invero. Onde evitare di discutere lo accontentiamo con degli spicci, lui ringrazia civilmente e ci comunica che la mattina seguente avremmo dovuto farci trovare nei paraggi perchè ci avrebbe invitati a fare colazione. Gli promettiamo che non saremmo mancati all'appuntamento e se ne va in tutta pace. Le perplessità di cui più sopra si accentuano. Mah! La passeggiata continua ancora per qualche passo, il paese sta per finire e non siamo entusiasti di proseguire. Ci imbattiamo, lungo la spiaggia, in un locale molto tipico, nel senso caraibico del termine. Le pareti sono in parte in compensato e in parte in frasche, un altissimo cocco cresce nel bel mezzo dei tavolini che stanno sulla sabbia, una sabbia corallina, bianca e finissima come zucchero (sembrava quella del Poetto prima della "cura" da parte della Provincia). L'aria generale è di casualità e trasandatezza e anche l'accoglienza è sui generis. Infatti veniamo accolti da una bella meticcia, poi rivelatasi orgogliosamente venezuelana, che, stravaccata su una sedia a sdraio, con una bottiglia di Heineken in una mano e una sigaretta nell'altra, si è rivolta a noi in un italiano comprensibile. Non era chiaro chi fosse e che mestiere facesse, comunque proviamo a richiedere della birra. Virginia (..a volte i nomi..) ci porta due minuscole bottigliette da 250 cc al prezzo, anch'esso molto caraibico, di sei euro. Noi in effetti cercavamo un vero ristorante ma questo posto, poco attrezzato sì, un poco cadente, ma davvero pittoresco e .. attratti anche dall'avvenenza della suddetta meticcia, passiamo a parlare di cibo, non prima che la segnorita avesse il tempo di dirci che era stata sposata(?) ad un milanese per 5 anni, e che non erano ca...voli nostri sapere di più sulla sua presenza a Marie Galante. Inoltre ci informa sulla pericolosità di andare in giro per il paese, indica l'orologio che Lucio ha al polso e angelicamente sostiene che una aggressione per rubarglielo è possibile. Andiamo bene! Virginia, ormai entrata in evidente simpatia con noi, a riprova delle sue affermazioni, ci mostra dei grandi lividi sulle braccia e sulle spalle. A sentir lei erano l'esito di una recente aggressione subita al bar; qualcuno, per impadronirsi di una bottiglia di rum, l'aveva ridotta così. A vista d'occhio, altri locali aperti non ce ne erano, voglia di addentrarci nel paese non ne avevamo più e l'appetito non mancava, per cui ci siamo seduti ad un tavolino e abbiamo chiesto di prepararci qualcosa da mangiare. La scena di fronte a noi era comunque da depliant di agenzia turistica: il mare era uno specchio, le barche si dondolavano dolcemente negli ultimi fremiti della brezza serale, le palme ondeggiavano appena, la sabbia era ancora calda del sole del pomeriggio e la risacca generava uno sciabordio appena percettibile tra i versi dei grilli e degli uccelli. Virginia, il nome era sempre più eccessivo nella situazione, ci porta due ti-punch (rum, lime, zucchero di canna e ghiaccio, almeno 55° di alcool! qui non si va avanti senza aperitivi di questa potenza) e ordiniamo fritelle per antipasto e trance di corifena alla griglia con riso piccante. L'intimità con Virginia cresce. Lei si fa più confidenziale e veniamo così a sapere che ha un figlio che vive in Venezuela; che i vecchi di Marie Galante sono perbene, dolci, cortesi e lavoratori, mentre la gioventù è nullafacente, drogata e pericolosa. Arriva il pesce, veramente buono e fresco, mangiamo con gusto anche il riso, speziatissimo e saporitissimo. Nel frattempo chi si rifà vivo? Quel tipo che, in precedenza, ci aveva chiesto dei soldi per prendersi il caffè. Arriva dalla spiaggia, nell'oscurità, tra i cocchi, parlotta con un'altra persona e poi entra sotto la tettoia dove stiamo anche noi. Inizia una discussione con la ragazza e un francese che, pur stando in disparte, sembra essere il padrone della bottega. Mentre mangiamo i toni della discussione salgono alquanto. Virginia improvvisamente imbraccia una sorta di mazza da baseball e tenta di accarezzare con quella il nostro caffeinomane. Il francese arretra indecorosamente, si nasconde dietro la ragazza, un vero codardo. Il caffeinomane sfodera una bomboletta e comincia a spruzzarne il contenuto verso i due. La situazione, pur se non catastrofica è chiaramente poco gradevole. L'equipaggio di Ulyxes, a pochi metri di distanza, ha opinioni diverse sul da farsi. Gian Biagio sostiene la tesi dell'immediato ritiro al di fuori della portata dei gas della bombola, Lucio vuol vedere come va a finire. Un principio di lacrimazione per entrambe, malgrado la distanza dalla scena, fa pendere la bilancia verso la tesi dello skipper, per cui viene attuata una ritirata strategica in spiaggia, tra i cocchi (meno male che avevamo ormai terminato le pietanze). Virginia continua a menare colpi all'impazzata ma non coglie nel segno, il bombolaro, freddamente, continua la sua opera di spruzzamento e poi, con i due malcapitati ormai KO, si allontana anche lui verso la spiaqgia. La reazione di noi due è di sbigottimento totale e di.... desiderio di levarsi dai piedi al più presto, non senza, noblesse obblige, aver pagato il conto. Torniamo, lentamente e con circospezione, verso la tettoia. Il francese ha il viso disfatto, gli occhi lacrimosi e un atteggiamento di grande contrizione; Virginia, in condizioni fisiche non migliori, lo copre di improperi e di accuse di fuoco per non averla difesa come avrebbe dovuto fare un vero uomo, e in questo non aveva tutti i torti. Il conto, peraltro non da dopolavoro ferroviario, (57 euro) è stato saldato in contanti, senza attendere il resto e ce la siamo filata velocemente verso il gommone, camminando lungo il bagnasciuga ed evitando di percorrere le strade, buie, del paese. Una volta sul molo che mena al pontone dobbiamo scansare due ceffi su uno strepitante motorino, che poco di raccomandabile avevano in viso e che ci sfiorano in velocità. Il distacco del gommone dal molo è stato effettuato con sportiva celerità, accendendo il motore al volo...e dimenticando di connettere il serbatoio. I residui di benzina nel carburatore ci spingono qualche metro lontani dal pontone, poi, come prevedibile, ci siamo fermati, immobili, il motore muto come un pesce, ma ormai al sicuro. Connesso il tubo della benzina, rifatta la procedura di avviamento, il povero envirude, peraltro sempre un pò riluttante, ci spinge fino ad Ulyxes senza altre emozioni. Morale. Non è detto che se capiti in un posto bellissimo che si chiama Galante la galanteria sia di casa. Comunque in questi posti bisogna davvero stare guardinghi. Peccato!
Vissuto e scritto a quattro mani da Lucio e Gian Biagio
Grande pranzo in agriturismo
Per festeggiare la lieta conclusione dell'impresa..... pranzo in Agriturismo...... LE FOTO
Pubblicate le foto del pranzo tenuto in agriturismo per festeggiare il compimento della traversata Atlantica di Gian Biagio.
Messaggio di Gian Biagio is0ezz/mm ai Radioamatori riuniti per il pranzo del 03 aprile 2005
"Tanto tempo fa ormai ho iniziato un'avventura che, come tutte le avventure di navigazione, vedeva come attori un equipaggio, una barca e un progetto di percorso. Alla partenza c'era già però qualcosa di peculiare, tante persone, che non avevano relazione diretta con la parte marinara dell'avventura, erano lì a salutare un radioamatore che partiva per porti lontani con una scritta sul boma: ASSOCIAZIONE RADIOAMATORI SARDI. Da allora l'avventura si è sviluppata in tante miglia, tante vicende, tanti porti visitati e la presenza di quelle persone che salutavano alla partenza si è fatta, paradossalmente, più reale e tangibile a bordo, man mano che il tempo passava, trasformandosi in un elemento essenziale dell'avventura. Cari amici miei, oggi siete insieme per la Radiocaccia e credo che la navigazione dell'Ulyxes sarà presente nei vostri discorsi, sappiate che sono orgoglioso di queste vostre attenzioni e grato a tutti voi che, con costanza e dedizione, mi avete aiutato, e mi aiutate, spiritualmente e materialmente, a procedere su questo percorso, bellissimo e esaltante, dove l'essere soli davanti alla natura è un elemento grandioso ma che mi costringe a tenere sempre presente la mia piccolezza e limitatezza di risorse. La vostra presenza, quasi fisica, attraverso le voci di una radio, mi restituisce le proporzioni della realtà. L'incoraggiamento, esplicito o legato a toni o a sfumature, quasi cenni impercettibili, mi ridà un sorriso che la difficoltà del momento può avere spento. Quando poi, al termine di una navigazione impegnativa, arrivo in porto e io e Ulyxes siamo al sicuro, sento la soddisfazione e il sollievo che provate, posso quasi vedere i vostri visi che, da casa, pensate, come me del resto, " e anche questa è fatta". In quei momenti vi sento così vicini da percepire i vostri pensieri quasi in maniera materiale. Grazie della vostra amicizia, un vero tesoro, e io mi reputo fortunato ad esserne il modesto soggetto. Vi auguro ogni bene e spero di poter festeggiare con voi in un futuro non troppo lontano.
Gian Biagio IS0EZZ/MM
02\04\2004 Da bordo dell'Ulyxes Isola di Marie Galante Mar dei Caraibi
PS) Naturalmente congratulazioni ai vincitori della radiocaccia."
L'A.R.S. ringrazia tutti i Radioamatori che a titolo personale hanno partecipato e continuano a partecipare all'avventura di GB, con la propria disponibilità e presenza costante in radio, dando nuovo entusiasmo all'attività radio, soprattutto in Sardegna.
24/3/2005 Email dalla Ulyxes 4
Las Palmas - Pantalan N°11
Pantalan. Che cosa significa questa parola spagnola così musicale che a sentirla uno si immagina magari che so, una cosa buona da mangiare tipo flan, oppure una tenera filastrocca para los ninos: pan-ta-lan. No, il significato è più terra terra, significa pontile. A Las Palmas Ulyxes era ormeggiato al pantalan 11 (si scrive undici ma si pronuncia onze), e lì è rimasto a ciondolare dalle cime d'ormeggio per quattro mesi. In questi quattro mesi, ovviamente, tante cose sono capitate, però oggi vorrei parlare brevemente di un aspetto particolare della vita di pantalan, cioè dare una occhiata ai tipi che vi si possono incontrare. E sì, perchè questa questione degli incontri è uno degli aspetti più affascinanti che la vita in barca riserva, incontri con personaggi di tutti i tipi, nazionalità e tendenze, non c'è mai da annoiarsi. Naturalmente la grande parte di questi incontri non riserva aspetti di particolarissimo interesse, almeno non abbastanza da farne oggetto di racconto. Però a volte ne capita qualcuno che ha aspetti di godibilità anche per chi non li ha vissuti direttamente. Tra i molti, me ne sono rimasti impressi due che ora vi racconto.
-Nonno Peppe- Una sera, dopo cena, il collegamento radio serale con gli amici di Cagliari è già stato fatto, si leggiucchia qualcosa in attesa che caschi la palpebra. Dall'esterno una voce, con tono alto ma non allarmato, "Romeo, Romeo!". Boh, chissà chi è, e poi io sono mica Romeo. Sarà qualche pescatore spagnolo, magari di nome Giulietto, nella darsena di fronte a noi, che chiama il suo amico. Continuo a leggere. Di nuovo "Romeo, Romeo!". Esco fuori in pozzetto, sforzo gli occhi ma non vedo nessuno; capirai, ci sono centinaia di barche, come si fa a capire da dove giunge questo richiamo. E poi vale sempre il fatto che non sono Romeo. Torno dentro alla mia lettura. La voce si fa sentire di nuovo, questa volta appare allarmata: "Ajuda, ajuda, ninguno me oida!". Non so se l'ho scritto giusto, ma il significato era chiaro. Esco rapido in pozzetto, stavolta porto con me una grossa lampada portatile, mi sposto a prua, verso il pantalan, e illumino per bene intorno. Dalla parte opposta alla nostra, quasi di fronte, c'era una vecchissima e derelitta barca in legno che mostrava un altrettanto vecchissimo e derelitto cartello "Vende-se"; non aveva albero, i pulpiti erano contorti, in coperta c'era un catasta di legni, forse appartenuti a sistemazioni interne ora smontate, insomma quasi un relitto. Puntanto la torcia vedo un'ombra, ha l'aria di essere un umano. Scendo sul pontile, mi avvicino circospetto e la scena che cade sotto il cono di luce della torcia è toccante. Una persona anzianissima, coi capelli bianchissimi, poi saprò che si chiama Peppe, sta di fianco alla barcaccia, è immobile e si tiene alla stessa con decisione tremula. Mi avvicino e lui mi spiega che quelli del pantalan non gli hanno ancora riparato la luce della colonnina che illumina l'area della sua barca, siccome ha la vista debole e intravede delle cime posate a terra, in disordine, non se la sente di lasciare la presa e procedere sul pantalan per paura di cadere. Lo prendo sottobraccio, il lumino in basso perchè lui veda dove mettere i piedi e lo accompagno finché può procedere senza aiuto. Lui parla con grande dolcezza e soavità, mi ringrazia per l'aiuto e, riferendosi alla barca, mi dice "Yo soy vejo, el barco no es para navegar, lo tiengo como apartamiento". E se ne andò verso casa sua.
-Il camionista portoghese- Su una barca ormeggiata da circa due anni allo stesso posto, vivono un pensionato tedesco e un giovane camionista portoghese che ama molto l'Italia per esserci stato per qualche tempo. Ogni tanto, come ogni coppia di innamorati, litigano. Una sera, al culmine di uno di questi litigi, il tedesco fa volare fuori bordo qualcosa di proprietà del portoghese. Il giorno dopo sto chiaccherando, sul pontile, con un amico italiano che ha la barca ormeggiata vicino ad Ulyxes e vediamo che il giovane portoghese si immerge ripetutamente in apnea, è alla ricerca di quel qualcosa che il giorno prima era stato scaraventato fuori. La ricerca non ha successo e lui risale sul pontile e si avvicina a noi: "Me falta un metro para el fundo". L'amico italiano aveva, ahi lui, la sua bombola sub posata proprio lì davanti. Il portoghese, con modi molto carini (ancora non eravamo edotti di certe sue preferenze) gliela chiede in prestito e lui non ha il coraggio di rifiutargliela. La indossa in maniera molto goffa, entra di nuovo in acqua e tenta l'immersione senza pinne e zavorra. Naturalmente l'unico risultato è un mare di schiuma e lui che riesce ad andar sotto, si e no, fino al bacino. Torna e chiede anche le pinne. Ormai l'errore iniziale era stato fatto, per cui gli vengono consegnate anche quelle. Tenta ripetute immersioni, tutte comicissime, noi assistiamo preoccupati ma divertiti da morire. Ogni volta che va sotto, in un turbinio di pinne e schiuma, non sappiamo se riuscirà a riemergere indenne. All'ennesimo tentativo finalmente il successo gli arride, torna su trionfante con il reperto tanto cercato: un pitale!
24/3/2005 Email dalla Ulyxes 4
Una trasversata
La Traversata per eccellenza è, per me che l'ho da poco tempo terminata e per chi mi segue in questa avventura, l'andare da una riva all'altra di un oceano, non pare sia necessario chiarire ulteriormente, sembra quasi sia definita dalla stessa parola, senza possibilità di equivoci. Eppure ci sono anche altre traversate e io stasera voglio parlarvi di quella che ho appena concluso, un ben breve viaggio se volete, da Martinica a Guadalupe, eppure così intenso e pieno che, malgrado la notte insonne alle spalle, non posso non stare al computer per tentare di farvene partecipi. Inizio con la fine, cioè con la conclusione della giornata. Sono in porto, steso sulla panca di destra del pozzetto di Ulyxes. Ho appena concluso una cena tutta italiana a base di spaghetti aglio, olio, peperoncino e prezzemolo fresco (a me piace così, col prezzemolo), e poi pecorino sardo e Cannonau di Oliena. Mentre finivo di sorseggiare il vino, la magia si è realizzata in una meravigliosa luna che è apparsa, bella, affascinante, luminosa, a poppa, tra i due paterazzi, la sua luce si rifletteva sull'acqua calmissima della darsena dove Ulyxes è ormeggiata. Dal quadrato veniva su la musica di Andrea Bocelli e io sentivo i miei muscoli e tutto il mio corpo piano piano ritornare normali, dopo due giorni di straordinarie emozioni e tensioni. Avevo lasciato due giorni fa il pontile di Marin, in Martinica, per andare all'ancoraggio in una baietta a una ventina di miglia di distanza, l'Anse d'Arlet. L'uscita da Marin è stata più problematica dell'entrata, anche se, in teoria doveva essere il contrario, se non altro perchè conoscevo già il posto. Gli è che, da qualche tempo, quando metto mani su qualche impianto di bordo per ripararlo o migliorarlo o, semplicemente, per manutenzione preventiva, dopo, per caso o per mia responsabilità, succede qualcosa a carico di quello stesso impianto. Stavolta si tratta, che novità eh, di Scipio. Avevo fatto l'ennesimo intervento sui frenelli che portano il movimento alla falsa barra, fonte di tanti problemi finora. All'uscita dall'ormeggio vengo rimorchiato un pò sopravento dalla lancia del marina (il posto era un pò angusto e c'era un forte aliseo di fianco), poi mollano il cavo di rimorchio, io dò macchina avanti e Ulyxes comincia a muoversi. Dò timone alla banda a sinistra per tenermi nello stretto canale tra le boe, la barca scarroccia sulla destra, dal pontile gridano qualcosa che non comprendo, ma vedo anche io che sto per passare su una delle boe, spingo al massimo sulla ruota verso sinistra ma non c'è nulla da fare, inspiegabilmente, ci finiamo sopra, fermo l'elica e aspetto chissà quale terribile disastro, al di là delle boe c'erano altre barche ormeggiate ed il vento mi spingeva inesorabilmente. Sento il rumore della catena, quella che unisce la boa al corpo morto posato sul fondo, che striscia contro la carena ma, benedetta sia una modifica che apportai alla barca, un cavo d'acciaio molto solido che corre dalla deriva al timone, "chiudendo" lo spazio vuoto che quasi tutte le barche lasciano tra queste due appendici. La catena scorre contro la deriva, scorre contro il cavo, scapola il timone e la boa riemerge a poppa senza imbrogliarsi. Nel frattempo avevo fatto un salto tarzanesco per scollegare i frenelli di Scipio dalla falsa barra alla quale li avevo, stupidamente, lasciati collegati. In pratica, senza rollo del timone ce l'aveva Scipio e non io, e quello già ha i suoi problemi a tenere la rotta in alto mare, figuratevi in spazi ristretti! Riprendo rapidamente il controllo della situazione, ora la barca obbediva ai miei comandi, e continuo verso l'uscita, un pò frastornato e con l'amor proprio e l'orgoglio un tantino scossi. Per una banale dimenticanza stavo mettendomi in un pasticcio galattico. Solo dopo alcune miglia, già fuori dalla laguna, con il bellissimo scoglio del Diamant in prua e la complicità di una immensa tartaruga avvistata, vicinissima, a destra, ho fatto pace con me stesso ed ho smesso di dirmene di tutti i colori. Questa era una prima volta. Dalla partenza da Cagliari non era mai stato all'ancora fuori da ripari costruiti dall'uomo e, come ogni "prima volta", c'era sempre una carica di ansia e di incertezza; tra l'altro il famoso salpancora nuovo, istallato a Las Palmas quando il vecchio esalò l'anima, era al suo vero collaudo. Quando sono arrivato all'Anse de Arlet c'erano alcune barche già ancorate; io, un pò per non disturbare, un pò per godermi il posto in solitudine, mi sono industriato, con molta attenzione e ponderazione, insomma, senza fretta, a incuneare Ulyxes tra una barca, l'ultima di una fila di tre o quattro, e una falesia che si precipitava in mare verticalmente. Era una posizione che mi portava un pò vicino a degli scogli ma, fatte tutte le considerazioni, era una posizione sicura. Una volta certo che l'ancora CQR da 60 libbre tenesse da par suo, ho preparato la cena e mi sono autoservito il desinare in pozzetto, mentre il sole al tramonto colorava tutto di rosso. Dopo il, ahimè necessario, rigoverno della cucina, sono tornato in pozzetto per fumare la mia pipa serale, ormai era buio totale e la falesia o, meglio, la foresta al di sopra si era nel frattempo animata, era tutto uno stridio, un gracidare, un frinire. Chissà quali animali, a me sconosciuti, stavano in quel preciso momento amoreggiando, aggredendo, richiamando e chissà cosaltro. Era una cacofonia musicale, alla quale si aggiungeva, con un ritmo tutto suo, il frangere della onda lunga del Mar dei Caraibi sugli scogli, a pochi metri da me. In cielo le stelle erano brillanti e tante, e a fissare la profondità del cosmo mi tornava il ben conosciuto senso di smarrimento che, sempre, quasi mi annichilisce quando contemplo una cosa così inconoscibile e incontenibile da qualsiasi concettualizzazione umana, con buona pace di tutti gli scienziati di ieri, di oggi e, credo, di domani. Andare a dormire è stato dolcissimo, mi sono addormentato con le stelle e il mare negli occhi e nelle orecchie, e il leggero movimento di Ulyxes a cullarmi. L'indomani mattina ho lasciato Anse d'arlet per raggiungere l'ancoraggio di S.Pierre, qualche decina di miglia più a nord. Qui mi sorge la necessità di una parentisi. Quando studiavo vulcanologia la vicenda della città di S.Pierre, distrutta nel 1902 da una colossale e apocalittica nube ardente, che lasciò un solo sopravvissuto, un carcerato salvato un pò dal caso e un pò, ironia delle umane cose, dalla grande solidità della cella nella quale era rinchiuso; dicevo appunto, quando studiavo la questione mai avrei potuto immaginare che un giorno sarei stato nei luoghi descritti sui libri. E invece li ho visti sia da terra, infatti mi ci sono recato da Marin con un "taxi collective", sia dal mare. Da terra ho visto le rovine rimaste, annerite e, letteralmente, "arrotondate" dall'azione abrasiva dei gas, delle polveri e delle sabbie incandescenti. Mi hanno fatto pensare alla sorte spaventosa alla quale sono andati incontro i circa trentamila abitanti della più vivace e europea città dei Caraibi di allora, peggio di ciò che accadde a Pompei, dove in tanti poterono fuggire in tempo. S.Pierre è stata poi lentamente ricostruita ma è rimasta un modesto borgo senza passato, che cresce svogliatamente, alle pendici di quel terribile gigante. Dal mare invece la vista è totalmente diversa. La montagna fatale, il Peleè, è inconfondibilmente un vulcano, ma è verdissimo, con zone coperte dalla foresta tropicale originaria, le valli sono ancora più verdi del resto per la grande ricchezza d'acqua. Il borgo di S.Pierre è un ridente borgo delle Antille, casette colorate, molta musica che viene da chissà dove, gente in spiaggia con tanti bambini (vedeste quanti pargoli girano da queste parti, tutti bellissimi e color cioccolato, altro che tv la sera....). Sono convinto che sulla maggior parte delle altre barche ancorate, a meno di qualche casuale lettura sull'argomento, non ci potesse essere la coscienza di ammirare uno scenario da cartolina che però, solo cent'anni fa, era un luogo di tanto lutto e tanta distruzione. Nei fondali davanti giaciono ancora i relitti di imbarcazioni affondate in occasione dell'eruzione, tra queste, ci credereste? uno yacht italiano, menzionato sulle cronache dell'epoca per la sua eleganza. La notte all'ancora è stata tranquilla e... il sonno, quando c'è quel leggero dondolio della barca all'ancora, è ancora più dolce del solito, è quasi materno. L'indomani mattina ho lasciato l'ancoraggio abbastanza presto e ho messo in rotta per Guadalupe, una novantina di miglia più a nord. Una veleggiata da ricordare come esemplare del veleggiare da queste parti. Quando il vento tira bisogna tenersi veramente perchè i 25-30 nodi arrivano senza avvisare, così come si smorzano in un baleno e si sta a fare le papere in un mare azzurrissimo e sempre buono perchè si naviga al ridosso delle isole. Solo nei canali, tra un'isola e l'altra, si riprende per un pochetto contatto con l'oceano vero, quello che sta lì fuori, appena doppiata l'estremità dell'isola. Così ho passato il canale tra Martinica e Dominica, tra una riduzione di vele e un contatto ravvicinato di tipo.. ittico. Eh sì, non so se sia un fatto frequente ma non credo, a me è capitato di essere colpito da un oggetto volante ben identificato dalle squame che mi sono rimaste appiccicate alla manica della maglietta; ho visto un balenio argenteo alla mia destra, un urto sul braccio e poi il pesce volante, di vista gravemente carente, ha proseguito il volo cascando in acqua poco più in là. Non ci ho parlato ma sono sicuro che lui sia rimasto sorpreso, io però lo sono stato sicuramente più di lui, sono rimasto senza parole, essere colpiti da un pesce volante, ma via, non è serio, e dove mai si è sentito prima? Questo canale si è rivelato ricco di sorprese perchè ho avuto anche la grande emozione di avvistare un branco di cinque o sei orche che se la navigavano placidamente, ho sperato di poterle avvicinare, ma loro andavano di fretta e non mi hanno degnato di nessuna attenzione. Ho poi iniziato a costeggiare Dominica, anch'essa verdissima ma molto montagnosa. Pensate che si dice che quando Colombo fu richiesto dalla Regina Isabella di descrivere la conformazione di Dominica, lui prese un pezzo di carta, quella grossa dei suoi tempi, la accartocciò, la spiegazzò, e disse alla Regina che quell'ammasso di pieghe e creste era quanto meglio potesse descriverla. Non mi ci sono fermato per varie ragioni.. ma è un appuntamento per la prossima occasione. Nella notte il vento si è calmato totalmente, io non avevo fretta, sapevo che dovevo entrare a Bas du Fort, la mia destinazione in Guadalupa, col sole molto alto, per meglio apprezzare la posizione dei bassi fondi, per cui ne ho approgrottato per godere la sera tropicale, col suo tepore quasi estenuante, una luna quasi piena e, come sempre, misteriosa. Anche le stelle, almeno quelle più vivaci, punteggiavano un cielo limpidissimo, mi fa sempre un grande piacere ammirare la Croce del Sud che da noi non si può vedere. Ora che sono a queste basse latitudini cerco quasi di fare "il pieno", per poterla ricordare quando non potrò vederla più. Approgrottando della situazione di grande calma, ho dormito, ad intervalli, in pozzetto, mentre le luci dei piccoli, e poveri aggiungo, borghi di Dominica brillavano stentatamente. Ogni tanto avvistavo qualche nave. Pensavo a quale contrasto c'era con l'acqua fredda, il vento pungente e capriccioso della mia Sardegna, di marzo. Da noi questa è l'ultima fase, spesso la più fastidiosa, di un inverno che, pur senza essere estremo, è pur sempre inverno vero e, a volte, anche lungo. Qui le cose sono così diverse che ci vuole del tempo per farle proprie; questa è la stagione invernale, dato che siamo nel nostro stesso emisfero boreale, ma qui lo chiamano "careme", invece che inverno, ed è caldo e asciutto (quasi!). La stagione che da noi si chiama estate qui è denominata, incredibilmente, "hinvernage", ed è, ovviamente, calda, qui il freddo semplicemente non esiste, ma piove tanto e, ahinoi, è anche la stagione dei terribili uragani, che hanno una capacità distruttiva immensa e inarginabile, dall'uragano ci si può difendere poco, se si è in barca poi non c'è praticamente difesa, si va giù. Quindi, in sintesi, la buona stagione è quella invernale, mentre nella stagione estiva chi può va via, specialmente il popolo dei naviganti. Alle primissime ore del successivo giorno 22 il vento, improvvisamente, si alza impetuoso da NE, due mani alla randa, genoa molto ridotto e si va, intorno ai 6 nodi verso nord, quasi di bolina. Dominica scorre sulla dritta, comincio ad intravedere Guadalupa in lontananza, anzi le isole Les Saints che sono appena più a sud. Appare Marie Galante, un'isola, dicono, di grande bellezza. Infine appare Terre Basse, l'ala sinistra di quella grande farfalla distesa sul mar del Caraibi che è Guadalupe. E così andiamo fino ai paraggi del nostro porto d'arrivo, una veleggiata come un velista la desiderebbe sempre, vento forte ma stabile, barca col giusto assetto di vele che và praticamente da sola, e le miglia che si consumano a un bel ritmo. Approgrottando delle condizioni stabili mi dedico allo studio dell'atterraggio. Non è molto semplice, il porto sorge al fondo di una grande baia i cui fondali sono molto variabili e, in vicinanze dell'arrivo, pericolosamente ridotti. Bisogna individuare i segnali che delimitano il canale delle acque profonde e, al suo termine, l'ingresso del porto vero e proprio, poi... bisognerà anche trovare il marina. Quando, pur non vedendo ancora i segnali, stimo di essere a due miglia dal canale, decido di ammainare le vele e procedere a motore, in acque conosciute aspetterei ben oltre dato che il porto è ancora lontano, ma qui preferisco fare tutto con largo anticipo, e ben me ne coglierà. L'adrenalina era già alta, come sempre nell'atterraggio in un posto sconosciuto, ma era ancora niente rispetto a quanto stava per capitare. E' vecchia norma accendere il motore quando le vele sono ancora in tiro, se ci fossero problemi all'avviamento si è sempre in grado di governare e di prendere tempo; io, ligio, accendo il buon Giovanni che, senza fare una benchè minima piega, parte a primo colpo. Bene, mi dico, sotto a calare le vele, ho fretta di dedicarmi esclusivamente alla navigazione. Avvolgo il genoa, ammaino la randa. Tutto a posto e coperta rassettata, come piace a me prima di entrar [...] strumenti del motore e, con infinita costernazione, vedo lo strumento della temperatura dell'acqua ormai vicino alla zona di pericolo. Spengo il motore con una gran rabbia. Certo mi dico, la solita legge di Murphy, proprio dove l'uso del motore è irrinunciabile doveva capitare, qui solo un traino, a chissà quali incredibili costi, mi può fare entrare in porto, e nel frattempo dovrò allontanarmi dalla zona dei bassi fondali a forza di vele, qui la corrente è forte e non voglio finire sui reef corallini. Prima di dichiarare forfait mi gioco però le mie carte. Prima di tutto apriamo la pompa di raffreddamento, quand'ero a Marin, in Martinica, avevo sostituito la girante, magari la nuova era difettosa e si è distrutta in poco tempo, ci credo poco ma non si sa mai. Via le sette viti, via il coperchio, macchè, la girante è perfetta e... gira. Allora l'acqua non circola perchè c'è una sorta di tappo da qualche parte. Primo imputato in questi casi è il termostato incatastato. Si, ma dov'è? su questo motore non l'ho mai smontato. Seguo le tubazioni, ragiono, faccio gli scongiuri e ci dò dentro di chiave da 10. Scottandomi ripetutamente le dita riesco a separare il coperchio dal corpo dell'alloggiamento del... termostato, per fortuna ci avevo azzeccato, era lì dentro. Anzi, erano lì dentro, infatti erano due e non uno (ancora non so il perchè ma lo scoprirò). Asportarli ha richiesto forza e attenzione perchè era tutto incollato, quasi saldato, alla fine ho tolto due masse incrostate e male in arnese, mi ricordavano, in grande, le radici di vecchi denti cariati. Richiudo il coperchio sperando che la vecchia guarnizione tenga ancora, ricontrollo tutto il lavoro, faccio tutti gli scongiuri che conosco, anche i più osceni, giro la chiave di accensione e Giovanni riparte imperterrito, come se nulla fosse accaduto e la temperatura ora resta nel campo verde. Tiro un grande sospiro di sollievo, mi auguro che l'intervento di emergenza non causi altri problemi, guardo l'orologio ed erano, incredibilmente, passati solo dieci minuti da quando avevo spento il motore. Posso descrivere minutamente tutti i movimenti che ho fatto, sembra che sia stato ore a lavorare ed invece sono stati solo dieci lunghissimi minuti, come si dice dalle mie parti "s'apprettu faidi su becciu a curri" ("l'urgenza fa correre anche il vecchio"). Comunque abbiamo di nuovo potenza all'elica e quindi si va. Le carte di dettaglio, la guida nautica, San GPS .. e gli occhiali per vedere da lontano mi permettono di individuare i primi segnali. Sempre attento a non confondermi, IALA B, rosso a destra entrando, ingaggio il canale delle acque sicure, l'ingresso in porto ancora non è definito, ma tengo la rotta con precisione. Vedo un oggetto rosso nella posizione dove dovrebbe trovarsi il segnale di ingresso in porto, bene, mi dico, è quasi fatta. Avvicinandomi l'oggetto rosso rivela la sua vera natura, una piccolissima vela su un microscopico surf, maneggiato da un bambinetto che riesce a mala pena a stare in piedi ma non a procedere, ecco perchè poteva essere un segnale, era praticamente fermo; in verità il colore era un pò acceso per essere una segnalazione portuale, ma qui siamo ai Caraibi, magari sono creativi anche nella tonalità dei colori ufficiali. Comunque di lì a poco il segnale, quello vero, appare, individuo anche gli altri che delimitano anche qui il canale di acque profonde, si tiene rigorosamente la destra, si saluta l'equipaggio di un cargo in uscita che procede in senso opposto, sembra di stare in autostrada, e la distanza tra murata e murata è di pochi metri, eccitante. Una chiamata in VHF alla Capitanerie, che qui non è l'Autorità costituita come da noi, bensì è la direzione del marina, la barchetta del Port de Plaisance Bas du Fort mi viene incontro, mi accompagna all'ormeggio assegnato e, una volta ormeggiato, abbraccerei il marinaio per la felicità. Sono state solo poco più di un centinaio di miglia, non ho mai navigato fuori dalla vista della terra, non c'è stato niente di veramente particolare, ma io sento il cuore gonfio di felicità e la mente traboccante di [...] ena non poter condividere questo momento con qualcun altro. Però riesco, malgrado la cattiva propagazione, a stabilire il contatto con Piergiorgio SDX, io lo sento malissimo, ma gli grido nel microfono, varie volte, "Sono in porto, tutto bene", e dal tono della voce, non dalle parole che sono inintelleggibili, capisco che ha ricevuto il messaggio e questo mi basta.
22/3/2005 Email dalla Ulyxes 4
Atterraggio!
Dato che la propagazione stasera non ci ha aiutato voglio assicurarvi che sono in porto; non è mancato naturalmente il brivido. Poco prima di entrare nel labirinto di bassi fondi che conduce al porto ho acceso il motore, è partito regolarmente e ho quindi ammainato le vele, un'ultima occhiata agli strumenti e, caramba, la temperatura dell'acqua di raffreddamento era altissima. Ho spento, cominciato una frenetica ricerca guasti, fuori la corrente tirava a terra, e in dieci minuti netti ho smontato e rimontato la girante della pompa, era a posto, smontato l'alloggiamento dei termostati, levati gli stessi, richiuso il tutto e ripartito. Ora và, speriamo bene. GB da Point a Pitre
15/3/2005 - Email dalla Ulyxes IV
Una tranquilla giornata di paura
E' il 10 di marzo, sono circa le dieci del mattino. La giornata è splendida con un oceano tranquillo e il cielo di un bellissimo azzurro. La notte è trascorsa tranquillamente e l'umore è ottimo, manca omai poco all'arrivo. Il vento è intorno ai 10-15 nodi da NE e, finalmente, dopo tanti giorni trascorsi a fare esattamente rotta ovest, rimanendo tra i 12° e i 13° di latitudine, posso dirigere per 290°, verso il canale tra le isole di S.Lucia e Martinica; ancora non ho deciso dove approdare, mi piacerebbe entrare a Rodney Bay, in S.Lucia, però ho delle notizie non rassicuranti sulla sicurezza personale, sono in attesa di ulteriori conferme. Certo che è un peccato, fare tante miglia di oceano e poi, una volta vicini di nuovo alla cosidetta civiltà, dover fare i conti con le cattive intenzioni e inclinazioni di una, sicuramente minoritaria, parte di umanità che non esita a compiere azioni delittuose per impadronirsi di qualcosa che appartiene ad altri, e lo fa senza pietà alcuna per le eventuali vittime. Questo pensiero mi disturba moltissimo, posso accettare i rischi che la natura può riservarmi quando decido di mettermi in mare, non riesco ad accettare i rischi di cattivi incontri con altri pretesi esseri umani. Ma tant'è, non posso fare molto se non cercare di evitare di trovarmi laddove i pericoli di questo genere sono segnalati. Erano questi i pensieri mentre, a circa un centinaio di miglia ad est di Barbados, stavo alando sulla drizza della randa, dopo quasi venti giorni che non la usavo. Vicino all'albero, mentre lavoro sul verricello e guardo la mia bella vela salire, noto, con grandissimo piacere, una imbarcazione lontana, sulla mia dritta. Non è una nave, è un peschereccio, a circa due miglia da me, che naviga con rotta quasi opposta alla mia. E' la prima imbarcazione di piccole dimensioni, dove si possono vedere anche delle figurine che si muovono sul ponte, avvistata sin dalla partenza. Passa qualche minuto e osservo che il peschereccio ha invertito la rotta, ora si muove convergendo lentamente verso Ulyxes [...] coincidenza. Siamo in mezzo al nulla, non facciamo quasi in tempo ad avvistarci e loro cambiano direzione e convergono, in maniera quasi impercettibile verso di me. Naturalmente non stacco gli occhi dal peschereccio, prima gioivo per questa presenza umana dopo tanta solitudine, ora mi disturba l'idea che potrebbero avvicinarsi a me in mezzo al deserto dell'oceano, senza una apparente ragione. Perchè, mi chiedo, hanno invertito la rotta? Controllo la carta nautica, magari siamo in una zona di ridotta profondità, dove loro forse possono sperare di pescare bene e quindi manovrano in modo da stare all'interno dell'area. Cerco di controllare col binocolo l'attività a bordo, vorrei sapere se hanno fuori gli attrezzi per la pesca. Purtroppo Ulyxes rolla quanto basta perchè l'immagine sia tremolante e non sia possibile osservare i dettagli. Anche la carta non mi consola, ci sono 2000 metri d'acqua sotto la chiglia, sicuramente non stanno strascicando. Intanto la distanza si riduce, saremo ora ad un miglio. All'orizzonte sulla sinistra è comparso un cargo e questo avvistamento mi rallegra, non siamo più soli, io e il peschereccio. Però la distanza diminuisce ancora, tengono una velocità uguale alla mia, intorno ai 5 nodi e continuano a convergere. La mia perplessità si trasforma in chiara preoccupazione, mi tornano alla mente episodi, riportati sulla stampa nautica, di barche a vela abbordate in alto mare per trasbordarvi droga diretta, in genere, negli USA. Una barca a vela, e ce ne sono tante che vanno e vengono tra Stati Uniti e Caraibi, è inoffensiva e non attira le attenzioni della Coast Guard americana, lo sanno tutti e, specialmente, lo sanno i trafficanti. Mi chiedo che cosa potrei fare se loro decidessero di avvicinarsi sottobordo. Ho un pò di apprensione. Intanto preparo la pistola lanciarazzi, sicuramente non lascerei niente di intentato se tentassero l'abbordo, anche perchè se fosse così avrei molto poco da perdere. Comunque non posso continuare in questo gioco di impercettibile avvicinamento, devo fare qualcosa. Quindi orzo con decisione, andavo per 290° e metto in rotta per 360°, in modo da puntare decisamente dietro la loro poppa. Se è tutta una mia costruzione ansiosa loro si allontaneranno sulla sinistra e io, successivamente, potrò riassumere la mia rotta. Che sollievo. Il peschereccio effettivamente prosegue sulla sua rotta e la distanza comincia ad aumentare; il mare lungo mi fa perdere a volte di vista i miei amichetti, ma poi, dalla cima dell' onda li rivedo, sembra che proseguano indisturbati, però accendo anche il radar, a vista potrebbe inizialmente sfuggirmi una loro inversione di rotta. Sullo schermo vedo bene il cargo avvistato in precedenza e, con difficoltà, il peschereccio; lo osservo finchè non scompare dallo schermo a circa tre miglia di distanza, a vista è ormai un piccolo punto che appare e scompare. Niente, erano miei fantasmi, leggo troppo. Scarico la lanciarazzi e la ripongo. Riprendo la mia rotta, felice che non si sia realizzato un brutto incontro; il vento continua ad essere buono e la mia meta si avvicina. Nel corso della giornata ricevo un rapporto della Transatlantic Maritime Mobile Net. Trudy, l'operatrice, 6P8QM, da Barbados, mi comunica che ci sono stati casi di aggressione su barche ormeggiate al Rodney Bay Marina di S.Lucia. Bene, anzi, male, allora si va a Martinica e pazienza, meglio giocare sul sicuro. Intanto si fa l'imbrunire, ci sono due navi in lontananza e sto per accendere le mie luci di via ma, cribbio, dalla stessa direzione in cui avevo perso di vista al mattino il peschereccio che mi aveva fatto preoccupare, ricompare una imbarcazione. Data la poca luce non riesco a dire se è la stessa barca ma l'eco radar e l'aspetto sono simili. Non accendo le luci, aspetto di vedere che cosa capita. C'è poco da scherzare, sta venendo dritta verso di me, la distanza è di meno di tre miglia. Il solito mare lungo occasionalmente la nasconde, ma poi ricompare, sempre un pò più vicina. Stavolta, lo confesso, è paura, forse loro mi hanno seguito per tutto il giorno tenendosi fuori dalla mia vista [....] vedere l'alberatura di Ulyxes. Penso al da farsi, sono angosciato ma devo prendere la decisione giusta. E' ormai buio, loro non mi possono più vedere e magari non hanno il radar per cui forse riesco a nascondermi. Decido rapidissimamente perchè non c'è davvero tempo da perdere, accendo il motore, lo metto quasi al massimo dei giri, spero che il gasolio non intasi di nuovo i filtri come è già capitato, ora sarebbe veramente grave, regolo le vele e Scipio, in modo da fare 200°, una rotta esattamente perpendicolare a quella degli allarmanti vicini, facciamo sette nodi abbondanti, la poppa di Ulyxes è ben bassa sull'acqua per la velocità. Riarmo la pistola lanciarazzi e seleziono la frequenza di guardia sulle radio HF e VHF, se capita qualcosa almeno tenterò di informare l'equipaggio dell'unica nave ancora in vista, seppure ormai molto lontana. Naturalmente ora i miei sensi sono tutti rivolti a capire cosa farà l'altra imbarcazione, tutto si deciderà in pochi minuti. Bene, io non so dire quale la realtà vera sia stata, che cosa effettivamente stesse capitando, se realmente si trattasse di pirati. So solo che loro hanno proseguito veloci sulla rotta originaria, quella che li avrebbe portati ad intercettarmi, mentre io invece mi stavo allontanando, altrettanto velocemente, su una rotta perpendicolare a questa. Li ho visti quindi sfilare di poppa e allontanarsi verso la mia destra. Naturalmente non avevo occhi altro che le loro luci che, fortunatamente, si affievolivano gradatamente, fino a scomparire nella notte. Sul radar sono scomparsi esattamente alla stessa distanza alla quale erano scomparsi quelli della mattina, tre miglia. Io, manco a dirlo, ho mantenuto rotta e velocità di fuga; per per almeno due ore ho filato come un siluro in mezzo all'inchiostro di una notte fortunatamente senza luna, ho ripreso le condizioni normali di navigazione solo quando mi sono convinto che gli sconosciuti sul peschereccio, ammesso che fossero in caccia di Ulyxes, non avessero più elementi per sapere dove fosse. Ho scaricato di nuovo la lanciarazzi e nel corso della notte non ho acceso alcuna luce, non ce ne era bisogno, nemmeno per un minuto ho smesso di scrutare intorno a me e nessuna nave avrebbe potuto venirmi vicina senza che me ne fossi accorto e avessi manovrato per eventualmente evitarla. L'alba cancella il buio e la paura. Resta l'interrogativo, erano fantasmi oppure ho giocato una partita molto importante? Mah, forse devo dire grazie allo sconosciuto cargo avvistato al mattino, forse proprio la sua presenza mi ha salvato.
Ancora festeggiamenti...
I RADIOAMATORI FESTEGGIANO GIAN BIAGIO IS0EZZ E LA SUA IMPRESA
Il gruppo di amici radioamatori che hanno partecipato attivamente agli sked con Gian Biagio is0ezz si sono riuniti oggi nella sede dell’Associazione Radioamatori Sardi per brindare all’amico "Comandante", che è riuscito a portare a termine la traversata atlantica, suscitando l’entusiasmo di coloro che lo hanno seguito con passione fin dalla sua prima partenza nel novembre del 2003.
All’ammirazione e la stima per la straordinaria impresa si unisce la gratitudine per aver saputo riunire intorno a quest’avventura radioamatori di tutta la Sardegna, che si sono ritrovati insieme, affinando le proprie capacità, migliorando le proprie stazioni e le proprie antenne e costruendo col tempo un legame d’amicizia che va oltre i particolarismi locali.
I festeggiamenti proseguiranno con il pranzo in agriturismo del 3 Aprile, per il quale rinnoviamo l’invito a tutti coloro che hanno partecipato, anche solo con l’ascolto, a questa avventura.
La classe 5^B festeggia
I primi a festeggiare gli alunni della 5^B della scuola elementare Is Mirrionis
Dopo l'arrivo di Gian Biagio al suo approdo nell'isola della Martinica e la conslusione con successo della sua traversata Atlantica in solitario, un po' tutti festeggiano, a vario titolo, la lieta conclusione dell'impresa. I primi sicuramente a salutare il lieto evento, gli alunni della classe 5^B della scuola elementare di Is Mirrionis. Costantemente informati sull'andamento del viaggio e sulla posizione della Ulyxes IV grazie alle informazioni costantemente fornite da maestra Angela (IS0CLA) coadiuvata da vari Radioamatori, hanno iniziato a festeggiare nel momento in cui Gian Biagio ha comunicato via radio che si apprestava alle operazioni di entrata in porto e distava meno di 20 miglia dall'approdo.
email dalla Ulyxes
Posizione 19°42' NORD 25°17' OVEST
19°42' NORD 25°17' OVEST
Le coordinate che vedete sopra sono quelle della posizione attuale di Ulyxes (e del suo contenuto naturalmente, me compreso); è una posizione poco a nord delle Isole di Capo Verde, che di verde hanno ben poco perchè sono delle scheggie di deserto del Sahara cascate dal cestino quando costruivano il deserto stesso. L'ultima volta che ci siamo incontrati su questa mailing list è stato tantissimo tempo fa, fine estate 2004, ad occhio e croce. Erano tempi di lavori sulla barca(ricordate l'affaire WC marino?) e di scoperta dell'ultimo, in ordine di tempo, amore geografico, ovvero Gran Canaria e Las Palmas in particolare. Da allora ad oggi tante cose sono successe ma ora non vorrei tornare troppo indietro, lo farò caso mai più in là. Mentre quello che voglio darvi è una impressione di prima mano di questa prima settimana in mare sulla rotta di Colombo. Prima di tutto, come forse in tanti sanno, sono solo a bordo. Amalia è tornata un poco precipitosamente in Italia. E' stata una sua decisione, questioni di lavoro e di sicurezza economica, non certo banali o irrilevanti ma, malgrado questo, la defezione dell'ultimo momento mi ha lasciato indubbiamente spiazzato, tutto era ormai pronto e deciso, mancavano tre soli giorni alla partenza. A proposito, questo numero tre è un poco birichino, anche quando ho dovuto rimandare la partenza in dicembre, a causa della gamba destra in disordine, mancavano tre giorni. Comunque, e sorvolando tutti gli aspetti strettamente personali, è da capirsi come uno che deve, di colpo, riassestare tutto, in una tale nuova prospettiva, non si senta un granchè giulivo. Una cosa però mi è stata chiara da subito, non solo dovevo partire ugualmente per la mia traversata atlantica, ma dovevo farlo subito, non dovevo lasciare spazio a ripensamenti o esitazioni, alle Canarie c'ero già, chissà quando, se avessi rinunciato ora, avrei potuto avere di nuovo l'opportunità. E così, mi sono dato giusto il tempo per adeguarmi, minimanente almeno, alla nuova condizione di navigatore solitario e sono partito, con i [......] o di alcuni amici, spagnoli e non, che in questi mesi mi avevano privilegiato della loro amicizia. Il 9 di febbraio ho lasciato l'ormeggio al Pantalan 11 che mi aveva ospitato per quattro mesi e ho guadagnato l'uscita del Porto de la Luz, in una giornata che da sola ispirava mestizia, cielo coperto, ogni tanto una leggera pioggerella, e l'Oceano là, appena fuori dalla diga foranea. Questo è un aspetto che si sente sulla pelle solo quando si è in un porto oceanico. Quando si esce da un nostro porto, molto spesso, e Cagliari ne è un buon esempio, fuori dal porto le acque sono ancora riparate in un golfo o una baia. Nei porti oceanici è differente, appena siete fuori dal porto siete già, per così dire, all'aperto, esposti immediatamente all'ambiente, quello che sia in quel momento, dell'oceano. Io me lo raffiguro come una nascita, fino ad un attimo prima eravate al riparo, protetti, qualcosa di molto grande si prendeva cura di voi, dopo un breve tempo di travaglio venite di fuori dove c'è un mondo assolutamente esposto e senza riparo alcuno, qualunque cosa può capitare e da quel momento comincia la lotta. Nel mio caso ho lasciato Las Palmas che il vento e il mare erano abbastanza buoni e maneggevoli e quindi mi sono potuto concentrare sulla condotta della barca e sul riprendere dimestichezza col mare, riacquistare insomma il "piede marino" che, nell'arco di alcuni mesi si perde inevitabilmente. Inoltre facevo una grandissima fatica a farmi calare dentro lo status di solitario, le abitudini sono dure a morire, per cui facevo tante cose come se Amalia fosse stata presente e il realizzare che ero solo mi dava ogni volta una stretta allo stomaco e al cuore. Comunque, in qualche modo il primo giorno è passato, il progresso, seppur lento, era costante, io non riuscivo ad impegnarmi a fare andare la barca velocemente, mi sentivo stanco, ero reticente a dare tutta la vela possibile perchè sentivo che, se il vento fosse rinforzato e avessi avuto bisogno di ridurre la velatura con rapidità, avrei avuto molte difficoltà e sarebbe stato estremamente faticoso. Tra le altre cose sentivo che la gamba destra, quella pazzerella che tanto mi ha fatto soffrire in dicembre, era affaticata (chissà se tornerà mai come prima, forse alla mia età queste cose, una volta compromesse, non si aggiustano più), e non volevo darle scuse per rimettermi al tappeto. Arriviamo quindi alla notte del secondo giorno, il 10. Il vento era dato in arrivo da Sud (ovvero contrario alla mia rotta) e invece arriva una fresca brezza da NE, favorevole quindi che, con vele ridotte mi faceva filare bene, a oltre 6 nodi e in rotta. Nel pomeriggio dell'11 il giornale di bordo riporta la notazione: - 11 febbraio, 13:35 UTC, rotta 240°, barometro 1017, brezza F6 da NE Dopo questa nota la successiva è del giorno dopo, 12 febbraio 14:00 UTC! praticamente per 24 ore non ero stato in grado di scrivere alcunchè per la situazione che si era creata dopo quella nota dell'undici. Vado quindi a memoria, ma certe cose, chissà comè, restano bene impresse, anche senza l'aiuto di note scritte. Nel pomeriggio dell'undici il vento, che era stato sin dalla mattina un Forza 5/6 inizia a crescere e si porta verso un F7 che, forte delle previsioni, immaginavo non dovesse durare. Avevo sù la sola trinchetta, una vela che sembra fatta di lamiera, tanto è robusta, Ulyxes andava veloce e il mare ancora era perfettamente accettabile, Scipio faceva il suo dovere mentre Sancho (l'infaticabile generatore eolico, nel centenario di Don Chisciotte il nomignolo era d'obbligo) caricava le batterie a tutta birra. Tra l'altro Scipio aveva avuto un trattamento di riguardo e tutte le sue cimette di comando erano state sostituite con delle altre nuove di pacca comprate a Las Palmas (ahaaa, negoziante biricchino, se ti riacchiappo!). Quindi,tutto sommato, non andavo poi tanto male, il movimento della barca era sì un tantino selvaggio, era difficile muoversi senza sbattere da qualche parte (sono ancora pieno di lividi ed escoriazioni), col vento al giardinetto e con la sola trinchetta il rollio era spettacolare. Verso le 23 il vento incrementa ancora, oramai il mare è molto formato, le onde, anche se non ancora preoccupanti si erano fatte imponenti, io con la pila dò una controllata alla poppa, in particolare alle frattaglie di Scipio e la vista è drammatica: le cimette nuove di pacca si stanno letteralmente disfando nella parte più bassa dell'ordigno, quella che, per intenderci, sta costantemente sommersa in quelle condizioni di mare. Dire che mi è venuto lo scoramento è poco, non avevo alcuna speranza di riuscire ad effettuare una sostituzione delle cimette al buio e col mare così agitato, ero nel contempo, completamente bagnato e infreddolito, da molte ore non mangiavo e non bevevo. Ma non avevo scelta, dovevo disconnettere Scipio e timonare fino all'alba e poi si sarebbe visto, ormai il mare era poco rassicurante, ogni tanto un'onda frangeva sulla barca e venivamo coperti da una coltre di schiuma, il pozzetto spesso era una vera e propria piscina. Dentro in cabina stava entrando acqua dappertutto perchè quando essa arriva con tanta violenza è come se fosse spruzzata da un tubo in pressione e riesce ad infilarsi al di sotto delle guarnizioni di tutti gli osteriggi. Passa qualche ora, forse tre, in un continuo crescendo di vento e di mare, come un razzo scendo in plancia, dove lo spettacolo era desolante, acqua dappertutto, anche sugli apparati elettronici, una pena, pensando alla loro grande importanza per la navigazione e al loro costo in denaro, dicevo, scendo in plancia e freno Sancho, il rumore che facevano le sue pale girando a velocità quasi supersonica, era diventato intollerabile per le mie orecchie. All'improvviso uno schianto verso prua e un terribile rumore di tela che sbatte con enorme violenza, al buio faccio fatica a capire subito l'accaduto, ma poi la verità diventa evidente, qualcosa ha ceduto e la trinchetta è fuori controllo, lascio il timone, aggancio il moschettone di sicurezza, vado all'albero e vedo che non c'è alcuna speranza di riparare le legatura del punto di scotta della trinchetta, legatur [.....] plosa; con grande difficoltà, e, sempre attento a non farmi colpire dalla vela che frusta l'aria come una bestia impazzita, riesco ad ammainarla e a rizzarla in qualche modo sul ponte. Domata la malabestia torno al timone. Deo Gratias, nessuna onda aveva nel frattempo pensato di frangere su di noi, per cui, a secco di vele, mi sono rimesso al timone. Qualcuno appena appena smaliziato di vela penserà: ma perchè non hai svolto un paio di metri quadri di genoa, giusto il tanto per aiutarti ad avere potenza propulsiva e aiutarti a tenere la poppa perpendicolare alle onde. Non potevo. Il perchè è presto detto, i terribili scossoni dati all'albero dalla trinchetta che frustava l'aria, avevano fatto sfilare il terminale in acciaio inox di uno dei due paterazzi, i cavi che tengono l'albero verso poppa. Meno male che l'altro ha tenuto altrimenti non so che fine avrebbe fatto il mio bell'albero. In queste condizioni menomate ho tenuto tutta la notte la poppa al mare andando sui 4/5 nodi, che erano il risultato della pressione del vento sull'opera morta e sull'alberatura (per ottenere questa velocità a secco di vele ho stimato che in certi momenti il vento abbia superato in maniera continuativa i 40 nodi). Le onde, hanno continuato a crescere fino verso l'alba, c'erano anche delle onde che provenivano da una direzione un pò diversa dal Nord Est prevalente, al punto che è capitato che una ci ha preso a sinistra (quella da NE) e, dopo un secondo, da destra ne è arrivata un'altra che ci ha colpito a destra quasi con malizia, ricordo di aver quasi riso di questa bizzarria, ma doveva essere la stanchezza, perchè di ridere non c'era proprio motivo. Già, la stanchezza, detto che le condizioni di sicurezza della barca non mi ponevano eccessive preoccupazioni, in fondo, se il tempo non fosse ulteriormente peggiorato, non c'era da temere, la barca teneva, ciò che invece mi preoccupava era la stanchezza. Nel buio, per aiutarmi a tenere "la poppa al mare", leggevo anche la bussola. Ci sono stati momenti in cui la guardavo, osservavo la rosa dei venti interna, sapevo che c'erano scritti dei numeri e dei simboli, facevo ogni sforzo per leggerli ma NON LI TROVAVO, guardavo dentro lo strumento e mi dicevo: "lo so che ci [.....] meri e simboli sembravano scomparsi. Si trattava di fenomeni allucinatori che conoscevo e per questo non mi sono impressionato, ho guardato altrove illuminando con la lampada portatile, ho riassestato la messa a fuoco dei miei occhi e.... i numeri e i simboli erano sempre là, non si erano mai spostati naturalmente, solo che, per la stanchezza, non era stato capace di metterli a fuoco per un pò. Con l'alba le cose sono migliorate, un pò perchè la luce ha sempre un effetto benefico in queste circostanze, un pò perchè il vento non sembrava più crescere e anzi, mancavano le grandi raffiche della notte. Con la luce sono riuscito a fare una riparazione di fortuna di Scipio. E' stata una vera comica perche mi dovevo sporgere molto dalla poppa (ben legato, tranquilli!) e raggiungere le parti interessate che sono quasi sulla linea di galleggiamento; naturalmente, essendo ancora le onde molto alte, la linea di galleggiamento a tratti era fuori dall'acqua ma a tratti era ben immersa e la stessa fine faceva la mia testa. Davanti agli occhi ho avuto l'immagine di una bustina da tè che viene ripetutamente immersa nella tazza per farsi una buona e calda bevanda, solo che l'oceano non è davvero caldo. Una volta che Scipio era di nuovo in servizio, ho fatto una riparazione di fortuna al punto di scotta che mi ha permesso di mandar su un pezzo di trinchetta e a quel punto ormai il peggio era passato. Ci ho messo una giornata a fare la pace col mare e due giorni ad asciugare, sistemare, riparare, ma ora tutto è come e meglio di prima, a parte alcune attrezzature elettroniche che si sono purtroppo rovinate. Ora cosa rimane di quell'esperienza? L'auspicio che non si ripeta, almeno non troppo presto, e la ulteriore conferma della grande sicurezza della barca, Ulyxes è una piccola grande barchetta che sa fare quello che mi aspetto che faccia in circostanze come quelle che vi ho raccontato, resistere e proteggermi, finchè il brutto non sia passato, perchè, lo sappiamo tutti, dopo una burrasca c'è sempre il sereno e il mare calmo, e voglio che Lei mi assista per essere là, quando sereno e mare calmo saranno tornati, a vivere la mia passione e il mio amore per questa vita.
La trasversata Atlantica è cominciata
Gian Biagio a bordo della UlyxesIV ha lasciato le Canarie per la trasversata Atlantica
Alle ore 12:00 circa del 9 Febbraio 2005 Gian Biagio a bordo della Ulyxes IV è salpato dal porto di Las Palmas de Gran Canaria per attraversare l'Atlantico in solitario con destinazione Caraibi.
Email dalla Ulyxes4
.....da ieri io so che la traversata atlantica dovrò farla da solitario
Carissimi amici della mailing list, La vita ci pone continuamente davanti a cambiamenti, a volte i più inaspettati, e non possiamo fare altro che chinare il capo e andare avanti facendo leva sulle nostre motivazioni più profonde. L'ultimo, in ordine di tempo, è recentissimo, di ieri. Da ieri Amalia sa che deve rientrare in Italia per motivazioni personali improrogabili e da ieri io so che la traversata atlantica dovrò farla da solitario. Non ce lo aspettavamo ma è successo, sapevamo che era qualcosa che prima o poi doveva capitare, questo era per Amalia una specie di periodo sabbatico ed era chiaro che prima o poi sarebbe dovuta tornare. Ma è accaduto molto prima di quanto non ci aspettassimo, forse ci ha colto un pò alla sprovvista. Dopo la partenza dell'equipaggio lo skipper, che poi sarei io, si prenderà qualche giorno per cercare di adeguarsi psicologicamente alla nuova situazione ...e magari imparare a trovare le provviste che Amalia ha accortamente stipato nei posti più inverosimili, altrimenti non si tratterebbe di non mangiare manicaretti.. non si mangerebbe, punto e basta (comunque un libricino di ricette ha detto che lo lascia a bordo). In ogni caso non voglio far passare troppo tempo da qui alla partenza. La Martinica è lontana e la voglio raggiungere prima possibile.
Si inizia di nuovo.....
Gian Biagio ed Amalia rientrati a Las Palmas.
Gian Biagio ed Amalia dovrebbero essere giunti nella mattinata del 22 Gennaio a Las Palmas. Non siamo ancora riusciti ad avere un conatto radio per conferma ma dalla serata del 22/1 sono ripresi gli sked giornalieri da parte dei radioamatori di Cagliari per i collegamenti con la Ulyxes IV.
Pizzata con i Radioamatori
Il 21 Dicembre Gianbiagio e Radioamatori si incontrano in pizzeria
I radioamatori si erano già organizzare per mangiare tutti insieme una pizza "pre-natalizia". Vista la forzata presenza di Gianbiagio, rientrato a Cagliari per alcuni problemi "tecnici" ad un ginocchio, anche Lui si unito alla comitiva ed ha colto l'occasione per salutare vecchie conoscenze o per incontrare di persona alcuni radioamatori che fino a quel momento per Lui erano solo delle "voci" che uscivano dalla radio.
Gianbiagio rientrato
Il giorno 20 Dicembre Giambiagio è arrivato a Cagliari proveniente da Roma
Il giorno 20 Dicembre Giambiagio è arrivato a Cagliari con il volo delle 12:25 proveniente da Roma. Subito attivo per i controlli che dovrà fare al ginocchio che lo ha obbligato a rimandare la partenza della traversata oceanica. Conferma la presenza alla pizzata che si terrà Martedi 21/12 alle ore 21:00.
Rientro a Cagliari
Lunedi mattina Gianbiagio rientrerà a Cagliari per sottoporsi ai controlli medici del caso, rivolti alla risoluzione del problema al ginocchio.
Lunedi mattina Gianbiagio rientrerà a Cagliari per sottoporsi ai controlli medici del caso, rivolti alla risoluzione del problema al ginocchio.
15/12/2004
email dalla Ulyxes4
Cari amici della Mailing list Ulyxes4,
oggi è mercoledì 15 e per stamane avevo fissato e organizzato la partenza per i Caraibi; tutto era a posto fino a 4 giorni fa, la barca era a punto come mai era stata prima d'ora, noi eravamo motivatissimi e caricatissimi, la cambusa piena e le carte già preparate. Quattro giorni fa ho avuto un improvviso e acutissimo dolore al ginocchio destro, mi era venuto altre due volte in precedenza, un anno fa, in occasione della mia prima partenza, dopo un diecina di giorni di navigazione e sei mesi fa mentre eravamo a La Coruna. In tutte queste occasioni era parso che il problema fosse attribuibile con certezza al sovraffaticamento dell'articolazione. Putroppo le cose sono andate diversamente, la crisi di quattro giorni fa è stata seguita da altre, sempre molto dolorose. Ho cercato di non drammatizzare ma purtroppo dopo, due visite presso l'Ospedale Negrin di Las Palmas e previo consulto con l'amico Gigi sembra che ci sia qualcosa nel ginocchio che è incompatibile con le fatiche e le responsabilità di una traversata atlantica (..... per non parlare della sofferenza). E quindi, con grande mestizia e tanta rabbia devo dire che sono costretto a tornare a Cagliari per farmi curare. Spero che si tratti di qualcosa di sanabile in poco tempo e con una operazione poco invasiva per cui, magari, si tratterà di ritardare la traversata e non di annullarla, potremo saperlo entro poco perchè rientreremo tra qualche giorno, senza perdere tempo. La barca resterà ormeggiata dove sta adesso, è un ormeggio sicuro con tanta brava gente che fa di tutto per aiutarci. Per ora mon ho molto da aggiungere, se non inveire un poco contro la malasorte, anche se non voglio passare sotto silenzio la considerazione che se fosse capitato tra quindici giorni sarebbe stato molto peggio. Comunque non si molla! Un caro saluto a tutti Gian Biagio
la "tripulante" dice che nonostante Supergennarino siamo stati sfigati
9/11/2004
email dalla Ulyxes4
Oggi è il 9 di novembre 2005, e fin qui niente di eccezionale, è un fatto a conoscenza di molti, però è una data particolare per me. Esattamente un anno fa lasciavo il pontile della Lega Navale di Cagliari per iniziare il mio viaggio in barca a vela. Avevo lasciato il lavoro e gli affetti, avevo venduto la macchina, nella mia casa era andato a vivere mio fratello con la sua famiglia e io facevo le prime miglia di un percorso che era molto chiaro e definito in una pianificazione ambiziosa ma possibile. Riandare con la mente ai sentimenti e alle emozioni di quel giorno e alle successive tre settimane significa far tornare alla superficie ricordi non tutti belli. Iniziava un periodo breve ma carico di intense difficoltà, durante il quale mi è capitato di arrivare quasi all'esaurimento di tutte le mie energie, fisiche e spirituali; ho avuto modo di chiedermi, mentre lottavo con molte difficoltà e qualche pericolo, se per caso non avessi sbagliato tutto; mi chiedevo se l'idea di mettermi a navigare non fosse stata che una pazzia, un atto di infantile incoscienza, un pretendere da me qualcosa che era oltre le mie capacità. Poco valeva considerare l'inclemenza totale degli elementi e una serie di sfortunate avarie(qualcuna in parte originata dal poco tempo che mi ero concesso per la preparazione della barca). Rimaneva il fatto che dovevo tornare indietro con la coda fra le gambe e, anzi, dovevo felicitarmi di riuscire a ricondurre me stesso ed Ulyxes sani e salvi in porto. Il rapporto col mare e con me stesso era malconcio ma un grande aiuto, ben oltre quello che potessi pensare a priori, l'ho avuto proprio da coloro che, durante quei giorni terribili, sono stati sempre all'ascolto in radio, e che mi sono stati vicini in maniera commovente: gli amici radioamatori dell'ARS. Ad iniziare dal Presidente (ti ricordi Gianni quelle previsioni con qualche F9 poco rassicurante che tuo malgrado, ne sono certo, eri costretto a mandarmi), per finire con chi ha passato delle notti dormendo vicino alla radio per captare mie eventuali richieste di salvataggio?), passando per tutti coloro che si sono adoperati, sia in radio che in azioni di coordinamento e organizzative e che non nomino per timore di dimenticarne qualcuno. Anche dopo il mio rientro mi hanno dato tutto il supporto e la comprensione di cui aveva grandissima necessità. Poi c'è stata la seconda partenza e tante miglia, tanti porti, tanti collegamenti sempre con gli stessi, pazienti, appassionati e altruisti amici. che portano a bordo di Ulixes la simpatia e il calore di una amicizia che fa nascere il sorriso in noi che stiamo lontani. Grazie Gian Biagio da bordo di Ulyxes in Las Palmas di Gran Canaria
1/10/2004
email dalla Ulyxes4
Ah, la notte.... in genere il bipede specie" homo sapiens" (anche se non tutti sono così sapiens a dire il vero) la trascorre in posizione più o meno orizzontale, su letti più o meno comodi, a svolgere attività diverse ma, a vario titolo, tutte importanti per gli interessati e, a volte, per l'intera collettività (non ditemi che il calo demografico non vi preoccupi almeno un pochino). Pochi esemplari la passano all'impiedi, in genere a ciò costretti per guadagnarsi la vil pecunia. C'è una cerchia ancora più ristretta che, incredibilmente, sceglie di passar delle notti insonni per puro masochismo e questi sono i navigatori. Va da sè che quando si naviga su lunghe distanze, la notte è occupata dalle stesse attività che si svolgono durante il giorno per cui, è vero che si deve stare svegli ma non si deve poi faticare tanto, a volte è sufficiente tenere gli occhi aperti per controllare il funzionamento della barca e la eventuale presenza di pericoli. Molto diversa è la situazione se si sta arrivando a destinazione e la notte si avvicina. La prima cosa che usualmente capita è di decidere, in maniera irrevocabile e definitiva, che se si arriverà di notte si aspetterà fuori in attesa dell'alba, sapete com'è "di notte i pericoli possono stare nascosti finchè non è troppo tardi", oppure "ma io mi metto in panna e all'alba, nella gloria del sole nascente entreremo trionfalmente, in tutta tranquillità" (che poi magari è pure nuvolo). Questa decisione irrevocabile, man mano che ci si inoltra nelle ore serali e che il sonno arretrato comincia a farsi sentire, diventa negoziabile. "Beh, però se arrivo davanti al porto sconosciuto e tutto si presenta tranquillo (ma proprio tranquillo!) un piccolo tentativo (ma piccolo, intesi?) si potrebbe fare. Che ne dici Amalia?". La poveretta, fiduciosa, e anche lei desiderosa di entrare in porto, che può dire? ma naturalmente sì. Perbacco, il comandante sa il fatto suo, e poi ha fatto anche il volo strumentale, che vuoi che sia entrare con il buio in un porto che si chiama Puerto la Luz? ma si chiamerà così per caso. Eccoci quindi in rotta per la propaggine settentrionale dell'isola di Gran Canaria, dietro la quale si cela il nostro puerto. Il comandante, volpino come nei giorni migliori, ha tirato fuori tutto l'armamentario della bisogna:
1- Carta dell'Ammiragliato britannico dell'intera isola di Gran Canaria; 2- Carta del suddetto Ammiragliato con il piano del porto di Las Palmas; questo è un lusso mai sentito prima su un barchino da diporto, dato il costo di queste carte, ma faceva parte dello stock di carte di una nave in disarmo e non l'ho pagata; 3- Portolano americano delle isole atlantiche; 4- Fotocopia del portolano inglese delle stesse isole.
Insomma una documentazione impressionante e voluminosa, non avrebbe sfigurato sulla Vittorio Veneto; dovevo addirittura lavorare sul tavolo del quadrato perchè il tavolo di navigazione era ridicolmente insufficiente, tanta era la carta in giro. Ahhh, però, le carte nautiche sono del 1985, hanno quasi vent'anni. E allora? e da quando in qua i navigatori che toccano tanti porti diversi hanno carte aggiornate? ma mai, si capisce. A bordo le carte sono in genere di seconda mano o fotocopiate e poi tanto gli scogli mica vengono spostati tanto spesso. E poi abbiamo i portolani che hanno tanti graziosi schizzi sull'aspetto dei porti. Userò il più aggiornato per emendare le carte. Insomma, con un lavoro da monaco cistercense, riporto sulle carte quello che dovrebbe essere l'aspetto attuale di Puerto la Luz, compreso un chilometrico antemurale che si chiama Muelle Reina Sofia (grazioso, per essere il nome di un arcigno muraglione che dovrebbe tenere fuori dal porto la furia dell'Atlantico, il "dovrebbe" non è casuale...). Controllo e ricontrollo di aver riportato sulle carte tutti i particolari che le rendono aggiornate al portolano che, per inciso, è del 2000, ma è il più recente di tutti.
Accendo il radar.... perchè a me non la si fa; è vero, ci sono 50 miglia di visibilità, l'ultima nebbia in quest'area è stata osservata un secolo fa (questa me la sono inventata ma la nebbia è comunque ben rara), però so che grazie al sagace posizionamento dell'antenna in alto, sulla crocetta, quando mi avvicino ad un porto, l'occhiuto apparato riesce a vedere oltre gli antemurali e mi fa vedere l'interno del porto aiutandomi molto. Il faro posto qualche miglio prima del porto è una buona guida, al suo traverso bisogna evitare un isolotto che sporge un pò verso est, proprio in rotta; poco male, ci sarà un bel segnale luminoso sull'isolotto ad aiutarci. Procediamo ma, hai..hai.. cominciamo male, del segnale non c'è traccia, buio pesto. Allargo in fuori, meglio non rischiare, poi rientro non appena l'antemurale si delinea sullo schermo radar; una striscia lunga e dritta, basta navigare paralleli, a qualche centinaio di metri di distanza, al suo estremo ci sarà un bel fanalone a lampi verdi che, chiedo scusa ai non vedenti, dovrebbe cavare gli occhi a un cieco. Ci si girerà intorno lasciandolo a dritta, si individuerà un altro fanale verde a tre lampi ogni 10 secondi, poi accostata a sinistra verso due fanali rossi lampeggianti, che individuano l'ingresso del marina (sì, proprio due rossi, il verde a destra entrando qui non sempre usa) e il gioco è fatto. Roba da ragazzi e poi il mare, pur con onde di rispettabili proporzioni, viene dal giardinetto e non spruzza o disturba più di tanto. Non è certo il mare che ci doveva essere in occasione della mareggiata del 1998, il portolano riporta che il quell'occasione le onde si portarono via centinaia di metri dell'antemurale appena costruito, ma da allora vuoi che non l'abbiano ricostruito più forte e più bello che pria?? Procediamo con un filo di motore, l'antemurale scorre sullo schermo radar; anche a vista, malgrado l'oscurità, si riesce ad intravederlo, è imponente; peccato che due fanali rossi posti su di esso e previsti sulle carte non si vedano, pazienza, c'è pur sempre il verde all'estremità. Una grossa nave è ancorata a ridosso dell'antemurale, accosto in fuori per evitarla ed intanto avvisto il fanale verde. Veramente si vede e non si vede, sullo sfondo le luci della città sono abbaglianti, e il lampeggiare verde spesso si perde. Però ormai è fatta, basta riaccostare in dentro, dopo aver superato la nave all'ancora (ammazza quanto è lunga!), il fanale, che sta per riapparire da dietro la sagoma della nave, mi guiderà dentro il porto. Ooops, dov'è il fanale? dunque, la nave è li, appena superata, dietro c'era l'antemurale e..eccolo c'è, ora si vede abbastanza bene, ecco la sua estremità che deve ospitare il fanale verde ma, boh?, non c'è nessuna traccia nè di luci nè di costruzioni tipo fanale, sapete quella specie di torri tronco coniche che ospitano la lanterna. Parbleu, rallentiamo la barca, dove diamine siamo. Il radar, vediamo che cosa mostra, l'avevo un pò abbandonato. Dunque... ecco sullo schermo la nave ancorata, l'antemurale è sempre lì ma, accidenti, che cos'è questa specie di isoletta sul suo prolungamento? vacca! ma la carta non riporta ostacoli sul prolungamento dell'antemurale stesso, sforzo lo sguardo ma, al buio non vedo niente nella posizione dove il radar mostra l'ostacolo, ormai ci sono a ridosso, siamo quasi fermi. Mi sento come un esploratore nelle sabbie mobili, qualunque mossa faccia rende la situazione più precaria. Fanali che dovrei vedere si nascondono chissà dove, ostacoli solidi che non ci dovrebbero essere sono a pochi metri dalla prua e non li vedo. Compare un peschereccio che chiaramente non sta uscendo dal porto e, capperi, ma non sembra nemmeno entrare, perchè si allontana parallelamente alla costa? allungo lo sguardo e che cosa ti vedo giù in fondo, lungo la rotta del peschereccio? Ma non è sull'antemurale, ma su una boa galleggiante, molto lontano. E' lui non ho dubbi, accosto a sinistra per stare in acque sicure, mi accodo al peschereccio e posso finalmente dire che il primo passo verso l'ingresso in porto è fatto. Nel frattempo con la coda dell'occhio vedevo già da un pezzo un mercantile che si avvicinava dal largo, il rimorchiatore lo attendeva appena dentro il porto e il battello piloti gli sfrecciava incontro. Nel frattempo dal mercantile, con insistenza, soffiavano nel trombone da nebbia. Beh, suona per richiamare l'attenzione del battello piloti, mi sono detto. Intanto immaginavo la felicità della popolazione di Las Palmas, le case sono davanti al porto, sono circa le quattro del mattino e quel segnale acustico deve avere svegliato praticamente tutti, ma tant'è, non sono fatti miei. E quello continua a dare di fiato al trombone, ma che gli è preso? Io procedo verso l'interno del porto alla ricerca dei miei fanali rossi dell'ingresso del marina. Ma perchè il battello piloti sfreccia di nuovo, in senso opposto a quello precedente e mette la prua proprio su di noi? Beh, credo che se non avessi invertito la rotta la collisione sarebbe stata probabile, tanta era la decisione nel dirigere contro di noi. Insomma, se una nave sta entrando in porto non c'è verso che un barchino impegnato nella stessa manovra possa essere rispettato, con le buone o con le cattive si deve scansare. E così abbiamo fatto, dopo un breve conciliabolo con l'equipaggio del battello, ci siamo spostati, la nave ha smesso ti rumoreggiare (eh sì ce l'avevano proprio con noi, non volevano che ingaggiassimo l'entrata del porto mentre lei si accingeva a fare lo stesso), è entrata in porto e noi ci siamo accodati per ormeggiare poi, senza altri inconvenienti, al marina. Nel frattempo si erano fatte le sette, forse stavolta sarebbe stato più furbo attendere l'alba fuori dal porto.
Ah, dimenticavo, e l'isoletta che il radar mostrava sul prolungamento dell'antemurale? Ma diamine, certo, era l'effetto della mareggiata del 1998. Le onde avevano abbattuto, in maniera incompleta però, centinaia di metri di diga, qualche pezzo ancora emergeva ed ecco che cosa mostrava il radar: i ruderi del molo distrutto. La sua originale estremità non esisteva più ed ecco perchè il fanale verde è posizionato su una boa galleggiante, ben distante dall'attuale estremità.
19/9/2004
email dalla Ulyxes4
"Obrigado" significa, in una forma veramente espressiva, "grazie" in portoghese e, dopo aver lasciato le isole Azzorre, questo è ciò che sento di dire: "obrigado". Se dovessi sintetizzare in un unico pensiero i miei sentimenti verso queste isole sperdute nell'Atlantico direi: voglio tornarci presto. Altrove ho parlato di che cosa mi ha suscitato il tornare a Terceira dopo circa sei anni; quei sentimenti erano certo in parte dovuti ai miei vissuti personali ma c'era anche, forte, l'influenza di questa terra così particolare. Particolare già dal modo di arrivarci, bisogna attraversare molte centinaia di miglia di oceano e, venendo, come noi, dalla Manica, un oceano non sempre tranquillizzante (ma nel nostro caso non possiamo lamentarci, è stato benigno). Quest'oceano ha richiesto oltre due settimane per essere percorso, ogni giorno di navigazione faceva crescere dentro di noi il vero significato dell'insularità, ad ogni miglio percorso sapevamo di allontanarci sempre di più dall'Europa continentale, inesorabilmente il porto di partenza si faceva sempre più irraggiungibile e fuori dalla portata di un ipotetico ripensamento. Queste isole, popolate dall'uomo solo a partire dal XV secolo, sono dei sassi lanciati quasi a caso da un gigante primordiale, ma quei sassi si sono trasformati in gemme, in verdi smeraldi, che escono dal profondissimo blu del grande oceano e dove il senso dello spazio e del tempo sono modificati e trasformati dalla consapevolezza che chi vive su di esse è realmente isolato dal resto del mondo. La natura che abbiamo visto sia a Terceira che a S.Miguel, gemma tra le gemme, è così bella e coinvolgente da togliere il fiato. L'origine vulcanica delle isole è l'elemento che, forgiato dalle forze di trasformazione del vento e delle acque, dà loro un carattere così unico. Le coste sono spesso a picco sul mare e creano paesaggi drammatici, imponenti, davanti ai quali si può solo osservare in silenzio perchè chi parla è la natura. E parla il linguaggio della furia dell'oceano che, dalla notte dei tempi, da quando nessuno era qui ad osservarlo, si accanisce contro queste rocce nere che sono, anche esse, il frutto del parossismo della natura, il prodotto dell'esplosione delle forze interne del nostro pianeta. E, per una estensione di tempo che la mente umana non può contenere, la furia dell'oceano ha distrutto e la furia della terra ha riedificato, perchè noi potessimo oggi ammirare in silenzio, non solo la bellezza, che è elemento relativo e opinabile, ma la potenza della natura che ci circonda. Che fine misera farebbe l'arroganza umana se, collettivamente e non solo a livello individuale, riuscissimo a proporzionarci e ridimensionare noi stessi e i nostri problemi di fronte alla grandezza di una natura come questa.
Lasciando le coste e andando verso l'interno, si comincia immancabilmente a salire in quota, l' interno è montagnoso e spesso aspro, ma, sempre, coperto in maniera inverosimile dalla vegetazione. I suoli, che derivano dall'alterazione delle vulcaniti, sono fertilissimi e questo, unito alle generose e ben distribuite precipitazioni, crea le condizioni per un rigoglio e una varietà del verde che ha dell'incredibile. Si trovano foreste simili a quelle pluviali insieme a grandi distese di conifere, prati e alpeggi che nutrono bestiame brado in grande quantità (tori compresi!) e macchie ad arbusti floreali di colori, forma e dimensioni strabilianti, vi crescono spontaneamente dei fiori che da noi non si sono mai visti, neppure dal fioraio. Ogni tanto si trovano manifestazioni vulcaniche tipo fumarole e sorgenti termali, che conoscono anche uno sfruttamento assolutamente bizzarro. Infatti nell'isola di S.Miguel, nella zona di Siete Citades, nelle vicinanze dei due splendidi laghi conosciuti come il Lago Azul e il Lago Verde, c'è un'ampia zona di riva sabbiosa che è sede di fumarole. I fumi, i vapori , i fanghi ribollenti, i ruscelletti di acqua caldissima sono ovunque. Che cosa si sono inventati? Hanno scavato delle buche nella sabbia e vi hanno posizionato dei cilindri in cemento di una cinquantina di centimetri di diametro. I vapori soffiano e sbuffano all'interno dei cilindri, la temperatura è molto elevata, sembrano le sulfuree pignatte di Belzebù in persona. A cosa servono? avrete già capito, uno arriva lì con la sua pentola contenente ad esempio uno stufato (che qui chiamano"cozido"), la cala nel cilindro ed ecco creato un sistema di cottura a vapore veramente originale ed economico, niente spese di gas. C'è anche un ristorante che vanta la cottura in "caldera" come una propria specialità. A proposito di ristoranti e cibi c'è qualcosa di così particolare che devo assolutamente farne cenno. Conoscete i cosidetti "denti di cane" (il" balanus, balanus" per il colto e l'inclita), quei fastidiosi cirripedi che si attaccano alle carene delle barche con l'adesivo più potente che esista in natura e che si possono staccare solo dopo spasmodici corpo a corpo. Nel Mediterraneo crescono fino alle dimensioni di circa un centimetro al massimo e sono conosciuti solo per i danni che fanno. Qui si chiamano "cracas" e crescono fino a dimensioni di quasi cinque centimetri e si mangiano. Si fanno semplicemente bollire in acqua e sale e poi si estrae la polpa e si gusta uno dei sapori di mare più particolari e squisiti che si possano trovare, indimenticabile. Un pensiero speciale merita la capitale di Terceira, Angra do Heroismo, città dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Non ha grandi monumenti, non ha opere d'arte eclatanti o rovine storiche famose, eppure i suoi colori, le case, curatissime e preservate, con i mille balconi in ferro battuto straripanti di fiori, il suo magnifico Municipio, aperto a tutte le ore perchè il cittadino possa visitarlo e vedere l'interno del palazzo del potere, ne fanno una perla indimenticabile dove è un piacere il solo passeggiare e stare in mezzo alla gente. E cosa dire degli Azoriani? Solo possiamo dire che proviamo un grande affetto per questo popolo molto latino e, ciononostante, così differente da noi. Invariabilmente siamo stati trattati con cortesia e gentilezza e sempre abbiamo avuto la percezione che dire che eravamo italiani fosse un buonissimo modo di iniziare un rapporto. Questa percezione fa tanto contrasto con l'effetto opposto che la stessa professione di italianità suscita in altre nazioni europee, dove i luoghi comuni e i pregiudizi tanto possono impacciare i rapporti interpersonali. Ci siamo trovati di fronte a persone affabili, sorridenti e fondamentalmente miti che, similmente a ciò che accade da noi, si interessano all'essere umano che gli sta di fronte e gli fanno vivere di essere il benvenuto. Che dire poi della questione barriera linguistica? il portoghese non è molto facile, nella forma parlata è anzi ostico, eppure mai che non siamo riusciti ad intenderci, a parte che moltissimi hanno dimestichezza anche con l'inglese. Quindi, e non siamo stati sponsorizzati dalla Pro-loco azoriana, se vi scappa di dire che vorreste fare una vacanza e non sapete cosa scegliere fatte un pensiero sulle Azzorre, noi di sicuro ci ritorneremo, anche perchè vorremo incontrare nuovamente Massimo e Maria Jorge che ci hanno dimostrato tanta amicizia e affetto.
14/9/2004
Giunti a Las Palmas de Gran Ganaria
In mattinata Ulyxes4 ed il suo equipaggio sono giunti nel porto di Las Palmas dove rimarranno in attesa dei venti Alisei favorevoli del intraprendere l'attraversata dell'Atlantico con destinazione Caraibi il cui inizio si prevede orientativamente intorno al 10 di Novembre Nel frattempo giornate dedicate al riposo, al turismo, a preparativi e verifiche tecniche in previsione della traversata.
7/9/2004
Radioamatori a Roma con Amalia
Due dei Radioamatori che normalmente curano i contatti radio con l'imbarcazione Ulyxes4 (IS0CLA-Angela e IS0MYN-Sandro) sono andati appositamente a Roma per incontrare Amalia che in questi giorni si trova nel capoluogo per sbrigare alcune pratiche burocratiche.
UNA GIORNATA ROMANA La nostra amica Amalia, ha dovuto lasciare precipitosamente Gian Biagio, e la barca con cui stanno intraprendento il Viaggio intorno al mondo, per tornare a Roma a risolvere una grossa grana burocratica. La sua permanenza in Italia durerà 15 giorni e grande è il desiderio di raggiungerla a Roma per trascorrere insieme almeno un pomeriggio e ascoltare il racconto di questi mesi di navigazione dal punto di vista dell'equipaggio.
Quando Sandro mi dice che, se non ho altri impegni, possiamo partire per Roma col primo volo e rientrare con l'ultimo, non ho dubbi: nessun impegno potrebbe trattenermi! E così alle 5,45 siamo in aeroporto ad Elmas e alle 09,00 siamo già alla stazione Termini. Roma! E' trascorso meno di un anno dall'ultima volta, ma la Capitale mi affascina sempre e poi sono entusiasta di poter abbracciare Amalia dopo i lunghi mesi in cui la sua silenziosa presenza vicino a Gian Biagio, durante i collegamenti radio quotidiani con la Ulyxes, l'ha resa per me tanto cara.
Telefoniamo subito ad Amalia, ma i suoi impegni burocratici la terranno occupata tutta la mattinata e sino al pomeriggio. Non c'è altro da fare che i turisti: le vetrine di via Nazionale e del Corso; piazza di Spagna, sulle cui gradinate riposiamo e scattiamo qualche fotografia, confondendoci con Spagnoli, Inglesi, Tedeschi e Giapponesi, che affollano la città splendida sotto il caldo sole di fine estate. Ripercorriamo le vie dei negozi intorno al Corso e ci dirigiamo verso Campo dei fiori, dove ci lasciamo tentare dalla bancarella delle spezie. Intanto si è fatta ora di pranzo. Proviamo a rintracciare Amalia, ma è ancora indaffarata negli uffici dell'EUR. Pranziamo in una trattoria presso il palazzo Farnese; amatriciana e puttanesca, abbiamo visto i colori ora ci immergiamo nei sapori di Roma!
Finalmente Amalia conclude i suoi impegni, appuntamento a Termini; arriviamo un po' accaldati e stravolti dal traffico pomeridiano...Amalia ci attende davanti al binario 20, con la sua aria da brava casalinga napoletana, lo zainetto in spalla e una busta con gli ultimi acquisti in mano. Non diresti mai che ha trascorso gli ultimi sei mesi su una barca a vela a spasso per l'Atlantico. Ci sediamo ad un caffè, ma il luogo non ha importanza, Amalia comincia a raccontare e sembra quasi di sentire il respiro dell'Oceano, che questa donna incredibilmente coraggiosa ama e rispetta. Sembra di vedere quelle notti nere puntaggiate da milioni di stelle; la luna piena che illumina il mare e lo rende trasparante; lo squalo che gira vorticosamente intorno alla barca mentre i due navigatori trattengono quasi il respiro; le tartarughe che nuotano placide seguendo una rotta tutta loro; i delfini che si pavoneggiano con i loro tuffi.
Amalia non si lamenta di nulla, minimizza i pericoli, accenna solo alle disavventure: Tutto è avvolto dalla sua serenità che le ha permesso di affrontare tutto con una fiducia cieca nel Suo Comandante e con un infinto rispetto di quel mare immenso. Il suo racconto affascina, emoziona, commuove e suscita una infinita ammirazione. Il pomeriggio trascorre e vorresti che la sera non venisse mai; c'è ancora qualche commissione da fare; vischio per i topi che "attaccano" la barca quando è in ormeggio; un telefono cellulare per il Comandante che non se ne cura perchè sa che ci sono i radioamatori.
E' sera quando ci salutiamo davanti al binario del treno. Un abbraccio e ancora uno sguardo a quella piccola donna coraggiosissima. Anche noi abbiamo il nostro treno l'aereo e il rientro a Cagliari, dove i radioamatori ci attendono per avere notizia di Amalia, la compagna del Navigatore Solitario, che tutti hanno imparato ad ammirare.
Ma il viaggio di Amalia sarà molto più lungo e complicato. Il primo ostacolo si presenta già a Fiumicino, dove lei si presenta alle undici di mattina e dove i suoi bagagli vengono aperti e rovistati dalla polizia, che resta interdetta davanti ad alcuni oggetti inconsueti. La "colpa" è un po' nostra, le abbiamo dato una lista di materiale radioelettrico da acquistare per Gian Biagio; lei non sa neppure di cosa si tratta. Dopo attenta verifica tutto viene risolto, anche dopo uno scambio di telefonate con Sandro; il materiale viene imbarcato nella stiva e le verrà riconsegnato all'arrivo.
Durante l'appuntamento radio del pomeriggio, Gian Biagio ci fa sapere che non potrà andare in aeroporto ad attendere Amalia al suo arrivo a Madeira. Il porto è al completo e non gli hanno consentito di ormeggiare. Assicuriamo che riferiremo il messaggio ad Amalia telefonicamente appena atterrerà a Lisbona; ma Amalia non accende il telefonino...attendiamo le 18:00, poi Sandro decide di attivarsi: trova tramite internet il numero di telefono dell'aeroporto di Lisbona, con l'aiuto di un dizionarietto traduciamo in inglese poche frasi che ci permettano di chiedere che Amalia venga chiamata al "megafono". Sandro chiama l'ufficio relazioni col pubblico dell'aeroporto di Lisbona e chiede che venga comunicato al "passeggero Amalia Coppola di chiamare Sandro"; in un modo o in un altro Amalia accende il suo telefonino e Sandro riesce a farle avere il messaggio di GB. Subito dopo chiamiamo Gian Biagio via radio per dargli conferma, ma il collegamento è difficoltoso, per fortuna siamo in tanti e riusciamo ad effettuare il collegamento.
Restiamo tutta la sera in radio, Sandro monitora l'aeroporto di Madeira e ci da' conferma dell'atterraggio del volo su cui sta Amalia. Poco dopo arrivano una serie di SMS; il Comandante è riuscito intanto a trovare un ormeggio e raggiungere l'aeroporto. I nostri amici navigatori sono insieme. l'avventura non è finita...ma sta per RICOMINCIARE. Prossima destinazione: CANARIE!
In questi giorni di permanenza a Madeira, dove siamo giunti dopo 5 giorni di navigazione in compagnia di Maurizio e Stefania, la presenza della S.Maria è stata costante e incombente. Cos'è la S.Maria? ma certo, è proprio la caravella sulla quale il nostro Cristoforo Colombo traversò il "Gran mare Oceano", che poi altri non era che l'Atlantico, e raggiunse l'America, che allora così non si chiamava e che, anzi, non si chiamava affatto, dato che ufficialmente non esisteva. E che cosa ci azzecca la colombiana S.Maria con Madeira? Quella vera e autentica non ha mai avuto niente a che fare con l'isola, anche se Colombo calcò effettivamente il suolo madeirense, ma questo avveniva molto prima della famosa traversata. E allora perchè parliamo della S.Maria? Durante il secondo giorno di permanenza nel marina di Funchal, mentre lavoravo chino in pozzetto, alzo lo sguardo e, in lontananza, intravedo per pochi secondi una strana sagoma che naviga all'interno del porto, non riesco a mettere a fuoco che cosa fosse ciò che avevo visto di sfuggita, solo per qualche breve istante e col sole in faccia, ma mi restava la visione di una bizzarra forma scura che scivolava silenziosamente sull'acqua. Prima di poter mettere bene a fuoco, la forma era sparita dietro uno dei moli. Nei giorni successivi, più volte al giorno, abbiamo sentito tre lugubri tocchi di campana; intorno a noi si levavano diversi campanili, per cui abbiamo pensato che i rintoccchi fossero il segno, di significato oscuro per noi, della devozione dei madeirensi. Finalmente, dopo quattro o cinque giorni, riesco a mettere insieme i due fatti. Infatti rivedo la solita ombra scura scivolare sulle acque del porto e odo i tre funerei rintocchi provenire dalla stessa ombra scura. Questa volta ho avuto più tempo, ho afferrato i binocoli e cosa ti vedo? la forma scura, di aspetto arcaico, altro non era che una riproduzione della S.Maria. Sì è proprio una riproduzione della caravella ammiraglia di Colombo nel suo viaggio del descubrimiento e che, tra l'altro, rimase al di là su una secca (a quei tempi Colombo non era ben equipaggiato di carte nautiche aggiornate...). Successivamente siamo andati a vederla da vicino nel suo ormeggio del porto di Funchal. Negli anni 90 un appassionato olandese si è organizzato con la gente di Camara do Lobos, un piccolo paese di pescatori poco discosto da Funchal; insieme hanno costruito, in legno naturalmente, questa riproduzione della storica nave ed essa fu esposta a Lisbona durante l'Expo 2000, di cui fu una grande attrazione. Successivamente fu trasferita a Funchal, dove costituisce una delle tante attrattive locali. Ogni giorno esce, carica fino all'inverosimile di turisti, per una barcheggiata di alcune ore. Va da sè che non procede a vela, anche se vele ed alberi sono lì, in bella mostra. Smotora tranquillamente e immagino quale potrebbe essere l'espressione di Colombo nel vedere la sua nave filare con le vele serrate, spinta dai 450 cavalli del Caterpillar che le hanno collocato nella pancia. Gli occupanti, tutti turisti, probabilmente sono lì anche per tentare di percepire qualcuno degli stati d'animo che albergavano nei cuori dei coraggiosi navigatori di cinque secoli fa. Naturalmente poco si può dire sulla rispondenza della riproduzione con la nave originale, dato che le notizie relative a quest'ultima sono scarsissime; però vi assicuro che il passare di questa immagine di tempi lontanissini, con le sue vele con croce rossa e sentire i tocchi della campana, ha un grande potere evocativo, e non si può non ammirare la tempra di chi si affidava a trabiccoli di questo genere per andare verso un ignoto carico di pericoli. Questa iniziativa bene esemplifica, secondo me, la realtà di Madeira, un'isola, peraltro bellissima e affascinante, dove il turismo è la base dell'economia ma, e questo lo dico pensando ad altre realtà, anche nostrane, lo è in una maniera così elegante e ben fatta, senza esagerazioni becere, da non essere assolutamente fastidiosa. Cioè il turismo non sembra aver sopraffatto il carattere originario dell'isola e dei suoi abitanti in buona armonia. Un esempio di questa convivenza è dato dal caratteristico mercato dei Lavradores, è un mercato popolare coloratissimo, dove gli abitanti di Funchal vanno a fare la spesa normalmente, mescolati in mezzo a frotte di turisti che invece non fanno altro che fotografare i frutti esotici, i fiori fantastici, i pesci così diversi da quelli ai quali siamo abituati. Le due diverse umanità si mischiano continuamente senza disturbarsi, ognuna intenta a fare la proprio attività, per così dire, d'istituto.
13-14/8/2004
Foto ricevute dalla Ulyxes4
Abbiamo ricevuto svariate foto da Gianbiagio ed Amalia. Cliccare sulle miniature per accedere all'album.
A S.Miguel usano cuocere le pietanze nelle fumarole
Da non credere: serve per ripararsi da eventuali tori
L'ortensia impazza a Terceira
Il mio "Guadagna pane"
Lasciamo un altro porto; questa volta Angra
Chi più bella la natura o loro due: Maurizio e Stefania
Padre e figlio si scaldano vicini alla fumarola
Questo il luogo balneare stile Terceirense
Fuori dal luogo balneare il mare era così
7/8/2004
Immagine Ulyxes4
Tramite una Webcam puntata sul porto turistico di Funchal è stato possibile vedere l'Ulyxes4 ormeggiata. Via radio Gianbiagio è stato avvisato della possibilità, è uscito sul ponte ed ha acceso una torcia per farsi individuare. Si vede distintamente il faro di illuminazione posto sull'albero della barca e la luce della torcia agitata da Gianbiagio (al centro del cerchio rosso).
21/7/2004
email da Ulyxes4
Siamo così ormeggiati nel marina di Angra do Heroismo Capitale di Terceira, è molto bello e nuovo, l'hanno inaugurato appena lo scorso mese. Magari in un'altra occasione parlerò in maniera sistematica e tecnica della traversata che ha portato Ulyxes dalle sponde un pò ingrate della, nonostante tutto amata, Inghilterra, a quelle così diverse e grondanti di carnale bellezza delle isole Azzorre. Ma ora, anche sull'onda di uno straripante entusiasmo per questo luogo, che da due giorni ci soprafà con una valanga di emozioni e di sensazioni fisiche dimenticate in questi ultimi mesi, voglio tentare di dare una specie di istantanea che serva a fermare l'attimo irripetibile. E' il 17 di luglio, sono le cinque del mattino, da una ventina di ore siamo alla cappa a circa 120 miglia di distanza da Terceira, a causa di un indesiderabile e odioso vento da SE che ci ha impedito di proseguire pe la nostra agognata destinazione. Il vento si è finalmente quietato, il mare si sta man mano calmando, e si può accendere il motore con rotta 240° verso Terceira. Passano pochi minuti e il vento, prima timidamente e poi con forza, si affaccia da NNE. In un attimo le vele vanno sù, Scipio, regolato inizialmente con un pò di fatica, si mette poi a lavorare e, instancabilmente, comincia a guidare la rotta di Ulyxes in una cavalcata sulle onde, che cominciano a formarsi sotto l'azione costante del vento e che, gradatamente, assumono una rispettabile altezza; ma sono quasi di poppa, non disturbano, anzi, sembra che ogni onda più grande dia un impulso alla magnifica andatura che Ulyxes sa assumere con questi venti; andiamo sui sei nodi con velatura ridotta per evitare di arrivare ad Angra nel cuore della notte, voglio arrivarci nella gloria della luce perchè assaporo già quello che la vista delle coste prossime ci farà provare. La giornata è una corsa continua, senza pause, lungo quella che sembra una strada vera e propria tracciata in maniera invisibile nell'uniformità ondosa della superficie dell'Oceano. Le miglia diminuiscono velocemente, [...] ad andare sui sette nodi, riduco ancora la velatura, Ulyxes ha fretta di arrivare, anche lei forse è un pò affaticata, sono due le settimane di mare passate tra sventolate e calme snervanti. Però io la devo tenere a freno, questo ritorno alle latitudini che mi sono familiari deve avvenire godendo di ogni attimo e di ogni panorama, voglio la luce del sole quando le coste di Terceira cominceranno ad apparire. La notte trascorre insonne. Potrei anche dormire, Amalia fa la guardia e Scipio mantiene la rotta, ma non riesco. Sto tornando alle isole Azzorre dopo sei anni. Ma allora era un altro Gian Biagio quello che lottava per approntare una barcaccia alla traversata fino a Cagliari in tempo, prima delle burrasche autunnali. La mia vita in quel momento era in uno dei suoi momenti più bassi, tutto sembrava congiurare per rendere ogni giorno peggiore di quello che l'aveva preceduto. Più lottavo, più ci davo dentro e più la mia vita diventava difficile. Il denaro mancava disperatamente. La famiglia, che aveva rappresentato la mia vera ragione di vita fino a poco prima, non esisteva praticamente più. Non avevo più casa e sentivo bruciare sulla pelle il fallimento. La sofferenza mi toglieva il sonno e il sorriso. Alla fine di tre mesi di lavoro durissimo e difficile, chiusi gli occhi e lasciai Terceira per la Sardegna, con una barca che oggi non porterei neppure per la veleggiata domenicale fuori dal porto. Più che una traversata fu una traversia, ma, in qualche modo, arrivammo a destinazione in quel di Cagliari. Le divinità del mare avevano deciso di essermi amiche e non mandarono sulla mia rotta quelle burrasche che, invece, con una barca ben più preparata, non mi hanno fatto mancare nello scorso novembre. Ma io sono grato di aver avuto il tempo peggiore quando ero meglio preparato ad affrontarlo e non quando, forse, non sarei stato in grado di venirne fuori bene. Ora sto tornando su quelle sponde. Sei anni possono essere a volte lunghi come sessanta, possono cambiare tutto nella vita di un uomo. Io sono, in fondo, la stessa persona di allora, ma quali differenze nella mia vita. Sto tornando e sto iniziando il mio giro del mondo dopo aver dato una rassettata a tutte le cose pratiche della mia vita. Non sono più solo ma c'è una persona con me che, come me, ama il mare, l'avventura ed è capace di affrontare i disagi e i rischi questa vita porta con sè. C'è Ulyxes, la mia forte e amatissima barca. E' fatta d'acciaio e non ha paura di affrontare le onde; ha vele forti, ma è docile al timone, dolce sulle onde. Non è per le mezze misure, le brezze la rendono svogliata. Come me ha bisogno di vivere in condizioni stimolanti, un buon vento forte la rende agile e svelta e lì si vede il suo grande carattere di veliero d'alto mare che percorre grandi distanze senza quasi darne mostra, tanto facilmente sta sulle onde. E' con questi sentimenti che trascorro le prime ore della notte quando la distanza da Terceira è ormai solo di un trentina di miglia. Intorno alle tre, è ancora scuro, appena sulla dritta, scorgo un indistinto chiarore, scruto, attendo, paziento, controllo l'azimut, cerco di capire se si tratta un effetto ottico e alla fine ho la certezza, il chiarore è proprio quello dell'isola. Ci siamo, la traversata è giunta quasi alla fine ma ho quasi pudore a dirmi che ormai è fatta, o forse è solo scaramanzia. La barca continua veloce, ormai l'alba è vicina, posso lasciarla correre, fila sui sette nodi lasciando dietro di sè una scia schiumosa, l'acqua scivola lungo le fiancate e si chiude a poppa con un rumore di ruscello che scorre giù da un pendio di montagna. L'alba nasce che la terra si distingue già bene, prima grigia, poi, man mano che la luce aumenta e le stelle scompaiono, assume il colore verdissimo che rende le Azzorre così particolari. I particolari si fanno sempre più distinti; le case, bianchissime con i tetti di tegola rossa, testimoniano la presenza della gente. Dorme ancora, di sicuro, ma è lì. Ci portiamo vicino alla costa, non ci sono pericoli, è una costa molto fidata, niente secche e allora, a poche centinaia di metri dalle falesie vulcaniche che fronteggiano l'oceano, scorre la terra, tutta divisa in appezzamenti coltivati o coperta da boschi. Un clacson, è una vettura mattiniera su una strada che corre tortuosa quasi sul bordo della falesia, il primo rumore estraneo alla barca e al mare da due settimane, quasi ci sorprende. Navighiamo ormai a vista, le carte e gli strumenti non servono più, conosco questi posti, li ricordo come se ci fossi stato solo ieri. Ecco le Isole delle Capre, un mirabile risultato delle forze della natura. Un antico vulcano emerge dall'acqua, proprio di fronte ad Angra. Era un normale cono vulcanico ma ci ha pensato l'oceano a modellarlo. Il cono è spezzato, come se un immenso maglio l'avesse colpito con violenza trascendente, una metà è scomparsa, erosa da tempi immemorabili, metà è spaccata e una gola con le pareti a precipizio separa le due parti superstiti, forse si potrebbe addirittura entrare con la barca e percorrere l'orrido corridoio. Intanto ormai il forte di Angra, curiosamente di costruzione spagnola, arcigno e inquietante come tutte queste realizzazioni umane di un passato fatto di guerre, aggressioni e conquiste, si avvicina. Monte Brazil, che chiude ad ovest la baia, di erge a sbarrarci il passo, ci sta dicendo che la nostra traversata è finita. Il porto è lì, alla nostra destra, ai piedi di questa gemma delle Azzorre che è la città di Angra do Heroismo, dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco, dove i colori, i fiori, i balconi in ferro battuto, i bar con i tavolini per strada ci dicono che è valsa la pena di fare 1300 miglia di oceano per gioire della loro vista.
21/7/2004
email da Ulyxes4
Abbiamo lasciato l'Inghilterra diretti non in Norvegia, come era nei nostri piani iniziali, ma per le Isole Azzorre. Sui motivi del cambio dei piani ho già fatto accenno precedentemente, ma ora che il cambio di piano diventa una cosa concreta e cioè poniamo la prora verso ovest invece che verso est è il momento di guardare indietro un attimo per capire meglio. Che cosa abbiamo perso con questa rinuncia? mah, ora che l'esperienza inglese è fatta e conclusa posso forse guardare a queste ultime decisioni a cuore più leggero. Ma torniamo un attimo indietro, alle nostre aspettative arrivando in Inghilterra. La mattina che ci siamo presentati, verso le tre, di fronte all'estuario del fiume Fal, mentre preparavo la barca per l'ingresso nel porto di Falmouth, ero davvero molto emozionato. Avevamo passato da poco Lizard Point, Land's End era alla nostra sinistra, le isole Scilly, a una giornata di navigazione. Sulla dritta c'era la Manica, il Solent. Eravamo nel regno delle correnti, delle maree, delle burrasche. Qui si sono levate generazioni di grandi, grandissimi navigatori; qui oggi la vela è praticata da tantissimi appassionati, forgiati in abili marinai dagli elementi naturali e dalla cultura marinara. Io non potevo accostarmi a tutto ciò senza un senso di rispetto e di deferenza. Le mie letture mi avevano insegnato che, come marinaio, dovevo essere tributario di questa terra e del suo passato e del suo presente. Oltre a questo nel mio passato di aviatore c'erano diverse esperienze con personale delle Forze Aeree di Sua Maestà, la RAF e, devo ammetterlo, spesso avevo dovuto riconoscere, con molto rammarico, che noi italiani avevamo ancora tanta strada da fare. Complesso d'inferiorità? "really not", solo che mi ponevo in posizione, per così dire, di discepolo che vuole imparare dal maestro. Forse per questi motivi, uniti al fascino che le tradizioni della vecchia Inghilterra avevano su di me e su Amalia, arrivavamo pieni di aspettative e con una mezza idea di svernare in qualche porto inglese, per riprendere la risalita nella prossima primavera. Eccoci quindi a risalire il fiordo che costituisce l'accesso a Falmouth. Durante l'attesa dell'alba avevamo notato una anomalia, la città a mala pena si distingueva, nel buio, dalle campagne e dai boschi circostanti. Eravamo abituati al bagliore che le città irradiano ancora prima di essere visibili, quando sono ancora ben sotto l'orizzonte, mentre Falmouth sembrava quasi timida di mostrarsi. Comunque si risale, il fiume ha una diramazione, noi prendiamo a sinistra stando tra le boe che marcano il canale delle acque sicure; si cominciano a vedere le strutture portuali, niente di gigantesco come in tanti altri porti, una cosa molto discreta che ben si accorda alla splendida natura di questi paraggi. Manco a dirlo, il verde e i prati regnano ovunque; due forti, anche questo manco a dirlo, fanno la guardia, nessuno gli ha ancora detto che la Invincible Armada è dispersa da tempo. Falmouth si mostra, adagiata sulla collina, una cittadina fatta di costruzioni basse, niente grattacieli e costruzioni moderne. Erriamo un pò all'interno del bacino portuale, io tengo d'occhio l'ecoscandaglio, è vero che la marea è alta ma il pericolo dei bassi fondali è sempre presente non appena si esce dalla zona dragata. Il marina, dove avevo pianificato di ormeggiare, era sconsolatamente pieno. Mi dirigo sull'altro marina che il portolano dà come sicuro perchè garantisce 2,5 metri di fondale, anche se una nota comunica candidamente e comicamente che il canale d'accesso è dragato a soli due metri, come dire che il garage per la vostra auto larga 1.80 metri è di ben tre metri ma, ahimè, l'ingresso è largo solo 1,5 metri. Però avevo in soccorso l'alta marea per cui accosto, e ormeggiamo Ulyxes di fianco ad un'altra barca già ormeggiata al pontile esterno del marina. E sì, questa è la prima novità, qui in Inghilterra il "rafting up", e cioè l'ormeggiare affiancandosi ad un'altra barca, fino a fare pacchetti di cinque(!) barche, è la norma nel periodo estivo, i posti nei marina sono evidentemente pochi rispetto alle necessità. Paese che vai, usanza che trovi. Dopo aver ultimato l'ormeggio ci godiamo il paesaggio che, va detto senza paura di esagerare, era bello oltre ogni aspettativa. Il fronte del porto è costituito da costruzioni d'epoca che, al tempo della marineria a vela, erano adibite alle attività portuali. Le strade strette partono praticamente dalle banchine e si inerpicano tra le case, sù per la collina. I tetti in pietra nera, le finestre e le vetrate, le auto con guida a destra, l'odore di fish and chips per le strade, i negozi di "Antiques", il vestire bizzarro o, a volte, britannicamente kitch, delle persone per la strada, il gran numero di pubs, tutto disegna un acquerello "Old England" che è davvero molto originale e all'altezza delle aspettative. L'accoglienza presso il marina è molto gradevole. Molly, la responsabile, ci saluta come la seconda barca italiana a presentarsi al marina da quando esso è stato costruito; si mostra molto gentile e quando le comunico la possibilità che noi sverniamo in Inghilterra, si mostra sinceramente interessata ad aiutarci. Amalia sostiene, maliziosamente, che lei senta il fascino dello skipper latino mentre io credo che lo faccia per professionalità. Certo che, malgrado l'evidente simpatia, neppure lei può fare sconti e i circa 30 euro al giorno (ohibò) per l'ormeggio vanno pagati, per un marina invero molto dimesso. Comunque, trascorso il primo momento in cui forte è stato l'impatto della novità, siamo passati alla parte che più ci interessava in quel momento, e cioè come realizzare il nostro desiderio di continuare l'avventura verso il nord. Era chiaro che il nostro bilancio non ci permetteva di fare i villeggianti per tanti mesi. Ci saremmo messi alla ricerca di qualche lavoro, anche part time, per arrotondare; sia io che Amalia ci sappiamo adattare. Intanto veniamo a contatto con i prezzi dei beni che servono alla vita di tutti i giorni e questo è un vero colpo al cuore Quasi tutto è esageratamente caro, si torna in barca da fare la spesa, il denaro giornaliero è stato speso ma la cambusa è quasi vuota. Un vecchio magazzino per catene di nave è stato trasformato in pub; ha anche le panchine all'aperto e, se non piove, evento raro a dire il vero, è molto romantico stare seduti con una buona birra a guardare il porto, il fiume sullo sfondo, le tante barche ormeggiate alle boe (che sono poi così tante perchè l'ormeggio alla boa permette di risparmiare). Un pomeriggio ci concediamo il lusso di birra e chips in panchina. Con quello che abbiamo pagato potevamo comprarne due ....di casse di birra in Italia. Ci mettiamo a leggere gli annunci di lavoro e la realtà si mostra molto dura, si tratta di lavori di basso livello con tassi orari inferiori ai 7\8 euro. Beh, si capisce che il grande entusiasmo stava rapidamente scemando, le difficoltà concrete di realizzare la nostra idea si stavano rivelando insormontabili, avremmo dovuto disporre di risorse economiche ben superiori alle nostre per svernare in Inghilterra e proseguire poi verso Nord, verso quelle isole Svalbard che tanto avevo desiderato raggiungere. Ecco quindi che diventava evidente che era neccesario cambiare i piani. Il nostro giro del mondo non avrebbe compreso il grande nord. Avremmo invece continuato per le Isole Azzorre, dopo una breve visita ad una deludente Plymouth dove, per rafforzare le precedenti considerazioni, il marina costava 45 euro per notte. E il nostro innamoramento per la terra d'Albione che fine aveva fatto? era semplicemente finito, bruciato dall'esosità ed estrema venalità dell'Innamorata che, avvolta nelle sue brume e bagnata dalle sue piogge, tiene in grandissimo conto le proprie grazie e fa pagare un insopportabile fio a colui che ne vuole godere.
18/7/2004 ore 12:00 UTC
Azzorre!
Finalmente giunti nell'isola di Terceira nelle Azzorre. Morale alto ma un po' stanchi; ora Comandante ed equipaggio si concederanno un meritato riposo fino a sera.
9/8/2004
email da Ulyxes4: Da Plymouth a Terceira
La partenza è fissata per domani...... il tempo è brutto con pioggia quasi continua, è difficile anche spostarsi dalla barca verso il supermercato per fare le ultime provviste; questa traversata, che dovrebbe durare dai 12 ai 15 giorni, richiede una quantità di cibi freschi superiore al solito. E' la prima traversata di una certa lunghezza che Ulyxes e il suo equipaggio affrontano dalla partenza da Cagliari. Per me ci sono i soliti preparativi ma c'è anche un' ansia diversa dal solito, forse sarà la superstizione del marinaio. Superstizione del marinaio fino ad ora a me sconosciuta per due motivi. Prima di tutto perchè in verità io ero un pilota, il marinaio è venuto dopo, non come passione magari, che è antica quanto me, ma come mentalità certamente sì. Secondo perchè io sono un positivista e la superstizione non mi è familiare. Però, devo ammetterlo, da quando ho scelto di vivere in barca guardo il mare con le sue onde, il cielo con le sue nuvole, ascolto il soffio del vento e il mio stato d'animo è diverso da prima. Questi elementi naturali sono divenuti una presenza immanente. Oltre l'onda, la nube, il fischio del vento, sembra di cogliere una presenza trascendente, la Natura forse ha una Sua volontà, i nostri pensieri e desideri non possono influenzarLa ma possono ascoltarLa, il pensiero non può mai anticipare la conoscenza di quello che avverrà, ma quando l'Evento si è realizzato sembra di poter dire che esso era già là, prossimo a diventare esperienza di vita, era solo questione di attendere il trascorrere del tempo dovuto. La Natura ha un suo filo imperscrutabile e allora, come l'uomo del passato leggeva i suoi sogni, osservava le viscere di animali sacrificati, paventava le ire di dei potenti e capricciosi, ora posso guardare il mare, il cielo, ascoltare il vento, cercare di percepire il loro divenire e volontà per meglio attrezzarmi a reggerne l'impeto, senza vergogna di ammettere che ho timore della loro furia e che, pur preparandomi al peggio, li imploro di essere clementi con me e la mia barchetta. Non potrò mai conoscere prima ciò che avverrà poi a me, alla mia barca, al mio equipaggio, però, ascoltando la natura, posso preparare me stesso, la barca, l'equipaggio a coesistere con essa, cercando di attenuare gli effetti della sua stupefacente potenza. Ma poi perchè parlo si superstizione da marinaio? Quando abbiamo lasciato La Coruna, gli amici conosciuti in quella città ci hanno salutato con molti e diversi auguri, più o meno enfatici. Uno di loro mi ha detto, senza orpelli e con grande semplicità: "Buena travessia", si riferiva naturalmente alla traversata del Golfo di Biscaglia e, dalla sua conoscenza dei paraggi, nasceva il suo grande senso di rispetto e umiltà di fronte a ciò che Biscaglia può significare per il navigante che lo attraversa. Decidere di percorrere le 450 miglia che ci stavano davanti non era cosa da poco, non importa che cosa poi realmente avremmo trovato; solo il fatto di mollare gli ormeggi di un porto sicuro e mettersi in mare con Ulyxes rappresentava una parte non insignificante dell'intera navigazione. Poi la traversata l'abbiamo conclusa felicemente approdando in Cornovaglia e vincendo di 12 ore la gara con una burrasca da SW che stava arrivando di gran carriera. Ora a distanza di appena una ventina di giorni ci apprestiamo a ripercorrere quelle acque diretti alle Isole Azzorre. E se le divinità del mare pensassero che si tratti di una sfida? come convincerle che mai io vorrei sfidare il mare, che il mio è un atteggiamento di umiltà di fronte alla sua potenza, ma che non posso ulteriormente stare in Inghilterra, devo andare, devo mettere la prua a SW. Vorrei che capisse che se ripercorro il Golfo lo faccio chinandomi e cercando di non farmi notare. Vorrei attendere di partire col bel tempo ma non si può, questo tempo cattivo, anche se non cattivissimo, dura praticamente dal nostro arrivo a Falmouth, se attendiamo un tempo relmente estivo rischiamo di non partire mai; i locali sostengono che si tratta di un tempo eccezionalmente brutto per la stagione, che dovrebbe migliorare, ma è un'attesa senza fine. Ecco quindi che la decisione di partire è ormai presa, il vento F5 non dovrebbe essere contrario, forse sarà un Ovest o, nel migliore dei casi Nord Ovest. La pioggia è prevista ma non sarà temporalesca, quindi se và bene saremo di bolina ma in rotta, se và male dovremo fare dei bordi, con quello verso Sud nettamente migliore dell'altro. 03 luglio Lasciamo il Queen Anne's Battery intorno alle 17:00, piove, siamo ben coperti perchè la temperatura è abbastanza bassa. Usciamo con precauzione dal marina seguendo gli allineamenti, la marea è alta ma è sempre meglio non uscire dai canali dragati. Lentamente ripercorriamo, a ritroso, la rotta fatta tre giorni fa ad entrare, ecco l'isola di Drake (il famoso corsaro) sfilare sulla destra; ci avviciniamo alla bocca ovest del fiordo di Plymouth, molte barche a vela evoluiscono, al riparo dalle onde della Manica. Finalmente usciamo dal fiordo e il F5 da Sud Ovest si manifesta, senza molta onda. Bene per l'onda, male per la direzione del vento, dato che riusciamo a tenere una rotta di soli 175°contro i 235° che ci porterebbero a Terceira. Nella notte lasciamo lo scoglio di Eddystone a dritta, avremmo invece dovuto lasciarlo a sinistra. E' già lungo l'elenco delle cose che non vanno a bordo, il solcometro Autohelm si rifiuta di funzionare dalla partenza, il Brooke & Gatehouse è già in corto dalla precedente navigazione, il plotter cartografico mostra sconsolatamente l'allarme "no GPS input"; l'elettronica è sempre il punto debole delle barche, senza motivo apparente si rompe e l'unica azione che rimarrebbe da mettere in pratica sarebbe quella di asportare l'apparato e fargli fare un tuffo nel mare blu, non risolverebbe il guasto ma permetterebbe di scaricare la rabbia contro questi bizzarri ordigni. 04 luglio Finalmente, nel corso della giornata, il vento ruota a NW F4-5 e andiamo sui 6-7 nodi, Ulyxes è in rotta, ben inclinata sulla sinistra. Il tempo migliora. Che sia sufficiente allontanarsi un poco dall'Inghilterra per trovare tempo cristiano? Di notte vedo chiaramente la "scopa" del faro di Ouessant - Francia, siamo a ben 55 miglia ma si vede benissimo, che calore al cuore vedere, nel buio della notte, sull'oceano deserto di navi, il bagliore di un faro conosciuto, ha un che di maternamente consolatorio, male che vada lì ci si può dirigere per poi portarsi in un porto vicino. 05\06 luglio Vento variabile, qualche volta assente, le vele vanno su è giù, il motore viene acceso spesso per non stare a galleggiare come papere. Arriviamo al limite della piattaforma continentale, qui la profondità precipita da meno di 200 metri alle migliaia di metri delle piane abissali, stiamo finalmente superando la zona pericolosa, quella dove, durante le burrasche, le onde da ovest o da sud ovest dell'oceano aperto, alte ma non frangenti, cominciano a "sentire" la presenza del fondo marino, la loro porzione profonda rallenta per attrito e le creste possono trasformarsi in valanghe d'acqua pericolose per qualunque imbarcazione, specialmente se piccola. La scarpata continentale è materializzata dalla presenza di una moltitudine di pescherecci che, evidentemente, sanno che qui si pesca di più rispetto alle zone costiere. Nella notte del sei luglio le previsioni meteo danno una burrasca F9, in arrivo da sud, sul Golfo di Biscaglia (sempre lui!), meno male che non ho esitato, nelle fasi di poco vento precedenti, a mettere al lavoro Nanni, il motore. Se non l'avessi fatto saremo stati sorpresi con le braghe in mano in acque veramente poco simpatiche, nella nostra posizione attuale invece credo che la burrasca si risolverà in venti forti sì, ma favorevoli. 07 luglio Il vento è arrivato, NNW forza da 5 a 7, la barca vola sulle onde, finalmente Ulyxes si trova nel suo ambiente, le velocità sono di tutto rispetto, con una punta a nove nodi e valori medi tra 7 e 8 nodi, la randa ha due mani di terzarolo, la trinchetta è a riva costantemente mentre il fiocco è spesso completamente avvolto, oppure è svolto di pochi giri. In queste condizioni la barca si comporta magnificamente, agile, reattiva ai comandi di Scipio, il quale a sua volta, col vento forte si trova benissimo e mantiene la rotta con precisione (per una volta!), il movimento sull'onda è dolce e potente, la controllabilità della direzione è completa e sicura, volendo potrei mandare a riva più tela ma le attrezzature costano e non voglio usurarle e rischiarne l'incolumità per qualcosina in più di velocità, del resto non siamo in regata. Con Amalia ci alterniamo alla guardia, che è comoda e piacevole. Stiamo seduti sotto la protezione del tendalino, all'asciutto e relativamente al riparo dal vento. Osserviamo le grandi onde che vengono da poppavia del traverso e che scorrono sotto Ulyxes, che accenna appena a scondinzolare quando una più grande delle altre si intrufola sotto lo specchio di poppa. Una di queste grandi ondate, ci gioca uno scherzo maligno che poteva costare caro. L'onda, spumeggiante e ripida arriva con la barca ancora inclinata per il passaggio di quella precedente, l'inclinazione si accentua, Ulyxes accenna una leggera straorza che ha l'effetto di aumentare ulteriormente l'inclinazione. A questo punto il portello di accesso, quel pesante e duro portello in legno, spesso 5 centimetri, che dà alla barca un vago aspetto di sottomarino, si richiude con uno schianto "attutito". Chi o, meglio, che cosa attutisce lo schianto del portello che si chiude? la mano di Amalia che, il quel preciso momento, si teneva allo stipite del portello stesso per meglio mantenere l'equilibrio e compensare il movimento violento della barca in straorza. Un urlo agghiacciante, io che dopo un attimo di bambola capisco che cosa sia accaduto ed Amalia che si piega in due dal dolore. Mentre lei soffre con le lacrime che scendono inarrestabili, io cerco di capire se i danni alla mano o, meglio, al polso, possano essere fronteggiati con i mezzi di bordo. Faccio un calcolo rapido delle distanze, circa 400 miglia alla Spagna, più di 800 alle Azzorre, tornare indietro verso la Spagna può significare rientrare in un'area di tempo ancora molto perturbato. Le modalità dell'incidente indicano che le probabilità che si sia verificata qualche frattura sono alte, Amalia è del parere di proseguire in rotta (che coraggio!). Dopo qualche esitazione decido di proseguire e, nel frattempo, la mano viene tenuta immersa nel bugliolo pieno di acqua di mare, che è abbastanza fredda per essere efficace come impacco; solo dopo ore, ormai insensibilizzata dall'acqua fredda, la zona offesa accenna a dolere un pò di meno. 08 luglio Altra giornata di vento F5-6 da NW che si attenua solo verso sera, procediamo in rotta. La mano di Amalia, seppur molto dolente e gonfia, sembra migliorare, forse non c'è frattura. Speriamo bene, ieri ho provato una gran paura e una gran pena per lei; trovarsi in pieno oceano nella necessità di urgenti cure mediche è una delle situazioni che sempre fanno paura a chi va per mare. Dopo giorni che non si vede anima viva al di fuori di noi incontriamo una barca francese, che ci passa di controbordo a non più di 500 metri di distanza. Rapido contatto sul VHF, vanno in Bretagna e provengono, ma guarda il caso, proprio da Angra da Heroismo, il porto verso il quale navighiamo noi. Chiediamo notizie sul marina, nuovissimo e non illustrato sul portolano. Ci danno le informazioni che ci interessano e, in cambio, li informiamo della vittoria della Grecia sul Portogallo ai Campionati Europei di calcio, noi eravamo stati informati dagli amici radioamatori in HF. Nel pomeriggio, finalmente, un tonnetto si degna di prestare attenzione a Giosuè, il quale, da rapala killer qual'è, lo ferra e il gioco è fatto. Sono due chili e mezzo di pesce fresco che Amalia di industria a trasformare in succulente pietanze, malgrado lo sbandamento della barca e la mano ancora dolente (avete mai assaggiato il tonno al salmoriglio? no? peccato, è buonissimo). 09 luglio Riprende a soffiare da NW F5-6, però c'è un mare molto fastidioso, si fa fatica ma almeno la velocità, sempre tra 5 e 7 nodi, ci ricompensa. 10 luglio E' il primo giorno di navigazione calma e da godere interamente. Vento da NNW F3-4 , il cielo è quasi sgombro da nubi e Ulyxes procede, senza sforzo e senza rumori diversi da quelli dell'acqua che scorre contro le fiancate, a circa 5 nodi. E' una serata speciale, qualcosa di nuovo è palpabile, come se il viaggio intorno al mondo stesse iniziando solo ora, a poco più di 500 miglia di distanza da Terceira. Ultimamente abbiamo cambiato i piani, non abbiamo progetti dettagliati, sappiamo solo che vogliamo circumnavigare la nostra astropalla e che per Natale vorremmo essere ai Caraibi e poi si vedrà. Forse si entra così nello spirito di chi gira il mondo a vela, meno piani dettagliati e più attenzione al presente che può essere provocatoriamente semplice, ma di enorme potenza come il presente di oggi 10 luglio. Il maltempo ci ha lasciato, l'oceano è meravigliosamente mite ed amico e le Azzorre sono davanti alla nostra prua, le vele sono regolate, Scipio lavora per noi e ci tiene in rotta e all'ora? che cosa serve ancora per provare la felicità? Sto rileggendo "Capo Horn alla vela " di Bernard Moitessier. Certi libri andrebbero tolti dalla circolazione. La loro lettura può dare effetti collaterali come quello di far desiderare di salpare e di non tornare a casa se non dopo aver riempito i propri occhi e la propria anima con la grandezza e la bellezza di tutti gli oceani del mondo. 11\15 luglio Siamo entrati nell'alta pressione delle Azzorre, vento scarso o nullo, nubi basse, avanzamenti giornalieri al limite del ridicolo, saltuario uso del motore. L'equipaggio mugugna e lo skipper varia l'assetto delle vele con maniacale costanza per non perdere neanche i più leggeri zeffiri, i risultati non sono esaltanti. Ulyxes e le vele attualmente in uso non si confanno alle ariette leggere. 16 luglio Arriva il vento ... in prua, infatti soffia da SW fino a F5 con un mare scavato e disordinato che ci costringe a stare alla cappa filante per l'intera notte, nell'arco delle 24 ore percorriamo ben...17 miglia. E dire che ci sembrava di essere ormai prossimi all'arrivo! 17 luglio Si prepara l'apoteosi. Stavolta si arriva davvero. Prima il vento si placa, poi il mare comincia a calare. Si può rimettere in rotta a motore. Arriva il vento F2-3 di poppa piena. Andiamo a farfalla con Scipio che tiene la rotta alla grande e fa sventare il fiocco solo raramente. Intorno alle 18:00, finalmente, il vento comincia veramente a collaborare, NNE F4 che ci permette di mettere in rotta per Terceira con velocità tra 5 e 6 nodi, una favola. 18 luglio Il vento ci assiste per tutta la notte, la velocità si mantiene intorno ai 5,5 nodi, il bagliore di Praia da Vitoria si può osservare appena sulla dritta, il faro di Contendas in prua ci dice che siamo in rotta perfetta. Sto tutta la notte in piedi, non potrei dormire neppure con i sedativi, è grandissima l'emozione di tornare a Terceira con il mio Ulyxes. Conosco a memoria la costa e i panorami per esserci già stato anni fa, aspetto di riscoprire il vulcano spaccato di Isla da Cabras e la bellissima Angra da Heroismo, una perla nell'oceano e desidero dormire all'ormeggio dopo quindici giorni di navigazione . Alle ore 08:00 siamo ormeggiati ad Angra, la prima lunga traversata è completata felicemente e il nostro animo trabocca di gioia.
28/6/2004
email da Ulyxes4
Cari amici che ci state seguendo ormai da tempo, come saprete siamo in Inghilterra, sulla Manica, provenienti da La Coruna. Finora il percorso seguito ha più o meno fedelmente ricalcato quella che era la pianificazione fatta prima di partire, per cui abbiamo rispettato i piani, meno che per un piccolo dettaglio, le date. Infatti, secondo una mia scaletta, era necessario essere ai primi di maggio a La Coruna per poter, ragionevolmente, sperare di raggiungere le Svalbard e tornare indietro felicemente. La realtà è molto diversa. Siamo ormai alla fine di giugno e se proseguissimo verso nord, potremmo probabilmente arrivare alle Svalbard ma poi dovremmo svernare lassù perchè l'estate artica sarebbe terminata e non potremmo più arrischiarci di mettere la prua a sud. Naturalmente la permanenza alle Svalbard non è un'opzione praticabile. In questi giorni abbiamo anche esaminato l'ipotesi di svernare in Inghilterra e raggiungere le Svalbard l'estate prossima partendo da una posizione nettamente più favorevole. Abbiamo visto le possibilità di lavoro esistenti, i costi per l'ormeggio e per vivere. Abbiamo soppesato tutto e abbiamo concluso che sarebbe stato un bagno di sangue, non è alla nostra portata. Bisogna arrendersi ai fatti, tutti i ritardi accumulati per la ostinata presenza di venti contrari e alcuni problemi di carattere tecnico rendono impossibile realizzare, in relativa sicurezza, il sogno di arrivare fin lassù. Sono dispiaciuto? Sì. Sono deluso? No. Abbiamo fatto quanto c'era da fare, non abbiamo lesinato in fatica, abbiamo sacrificato fondi che altro non sono che sudati risparmi, abbiamo continuato sù per il golfo di Biscaglia anche quando mi era ormai chiaro che il grande Nord era ormai fuori portata. Sono sereno, ho coltivato un sogno e mi sono impegnato per realizzarlo, questo sogno si è dimostrato impossibile da tradurre in realtà, e quando dico questo non dimentico l'esperienza di novembre quando tutto ha congiurato per farmi rinunciare tra avarie e guai fisici e burrasche. Per cui che dire? Semplicemen mma è il giro del mondo e a questo programma ci atterremo. Ho già abbozzato una pianificazione di massima per i prossimi mesi che, salvo imprevisti, ci vedrà stare ancora qualche tempo in Inghilterra; tra qualche giorno vorremmo spostarci a Plymouth, visitare questà città monumento della marineria, e poi fare rotta verso le Isole Azzorre in modo da raggiungerle entro il 20 luglio circa. Lasceremo poi le Azzorre diretti prima a Madeira e, forse, le Isole Selvagge. Infine faremo rotta sulle Isole Canarie. L'obbiettivo finale è fare la traversata atlantica ai primi di novembre e così giungere ai Caraibi prima di Natale. Non male direi come programma per l'estate e, detto fra di noi, molto più confortevole del programma originario, se solo pensate che oggi, 26 giugno, siamo a Falmouth con la stufa accesa mentre fuori diluvia e fa un bel freddo, direi che somiglia al nostro marzo. Quindi cari amici seguiteci anche se non andremo alle Svalbard, i luoghi da visitare sono tantissimi e interessanti quanto quelli ai quali abbiamo dovuto a malincuore rinunciare; noi cercheremo di rendervi partecipi e di comunicarvi le emozioni che avremo la fortuna di provare.....l'avventura continua.
27/6/2004
Dal giornale di bordo - Biscaglia
Questa volta si fa veramente sul serio, ci sono da fare 450 miglia verso NNE in uno dei golfi più conosciuti dai navigatori europei, e non certo per la delicatezza del suo clima: il Golfo di Biscaglia. Siamo stati quasi due settimane fermi a La Coruna, prima per riparare alcune avarie e poi in attesa che il vento da nord mollasse e ci permettesse di far rotta verso l'Inghilterra. In questi giorni Ulyxes è stato a terra e sarà varato solo poco prima di partire perchè il pontile del marina è ancora in costruzione e quindi non ci sono ormeggi disponibili. 17 giugno Intorno alle ore 18:00 la barca viene imbracata e trasportata col travel lift verso il bacino d'alaggio. Ho il solito batticuore di quando la barca è per aria, lei, che esiste solo per essere in acqua, quando è sospesa in alto è assolutamente indifesa e impotente, così come sarei impotente io a fare qualsiasi cosa per aiutarla. Ulyxes viene varata, controllo per eventuali ingressi d'acqua, tutto sembra in ordine; lasciamo il bacino con grandi saluti al personale di Marinaseca che in queste due settimane abbiamo avuto modo di conoscere e apprezzare. Usciamo lentamente dal grande porto di La Coruna, cercando di imprimere nella mente le ultime istantanee della città e della sua "ria" e del faro di Hercules, il più antico faro al mondo ancora in funzione (lo impiantarono i Romani). Appena fuori mettiamo in rotta per 005°, c'è da doppiare Cabo Prior prima di poter fare rotta 020° per Falmouth, vento da NE 10 kts che muore rapidamente per cui si va a motore. Ore 21:00 arriva improvvisamente la nebbia, grotta come maionese, dal pozzetto la prua si vede a mala pena, la sensazione non è nuovissima per me, l'ho già provata, ma qui, in acque sconosciute è un'altra cosa, il senso di insicurezza prende allo stomaco. So che il traffico navale è intenso per la presenza ravvicinata dei due porti La Coruna e El Ferrol e il gran mivimento di pescherecci. Mi metto al radar mentre Amalia ha l'incarico di stare di vedetta ad ...annusare la presenza di altre imbarcazioni, gli altri sensi sono quasi inutili in queste circostanze. La vigilanza è ininterrotta per tutta la notte. C'è un momento che ho cinque echi radar nel raggio di 1 solo miglio. Manovriamo in continuazione per mantenere le distanze di sicurezza, le altre imbarcazioni ci passano di lato, le seguo al radar, ne udiamo chiaramente il rumore ma di vederle non se ne parla. Intorno alle 24 accade un serio contrattempo, il generatore smette di caricare, provo a smanettare nel quadro elettrico ma non ci sono miglioramenti. La situazione è seria perchè l'assorbimento delle luci di navigazione e del radar è elevato e spianerebbe le batterie in una notte; spengo tutte le utenze, comprese le luci di navigazione, tanto in queste condizioni la loro utilità è nulla, stanno accese solo perchè è obbligatorio e perchè aiuta psicologicamente, tengo solo il radar su stand-by. La notte trascorre con attivazione del radar ogni 15 minuti e poi brevi sonnellini; per fortuna, allontanandoci dalla costa, il traffico diminuisce fino ad essere completamente assente verso l'alba. Certo che come inizio non c'è male.... 18 giugno La nebbia si solleva, il cielo è grigio ma non piove, fermo la barca e dò di mano agli attrezzi e sostituisco il generatore rotto con quello di scorta; dopo due ore di lavoro abbiamo di nuovo corrente a bordo, non tantissima perchè il sistema non è tarato ma mi accontento, non sono disposto a perdere ancora del tempo per una taratura che richiede molta attenzione e concentrazione di tipo elettrotecnico, mentre ora io sono solo marinaio, voglio solo navigare verso la mia meta. A novembre 2003, per attardarmi nel tentativo, fallito, di far funzionare il timone a vento mi sono buscato una brutta burrasca. Vento da NE F4, bordeggiamo con rotta 350° intorno ai 5 nodi. Intorno alle 20: 00 rinforza e ruota a Nord, dò la terza mano alla randa e procediamo a 4.5 nodi. però non dura, il vento si calma e dobbiamo di nuovo accendere il motore. Nel corso della giornata non so più quante volte ho manovrato scotte e drizze per adeguare la velatura ai capricci del vento e per cercare di procedere verso nord a velocità decente. La notte trascorre metà a vela e metà a motore.
19 giugno
Verso metà giornata si rimette un leggero NNE e possiamo andare con randa, fiocco e trinchetta, facciamo circa 4.5 nodi con 10 nodi di vento, non male. Nel pomeriggio avvistamento memorabile: le balene. Inizialmente vedo uno sbuffo di vapore sulla sinistra a circa duecento metri, allertato, guardo con attenzione ed eccola, la grande bestia, se ne vede solo la lunghissima groppa, il mare formato la nasconde un poco; chiamo a gran voce Amalia, altri sbuffi appaiono nelle vicinanze. Domanda posta timidamente dall'equipaggio : Ma può avvicinarsi? Risposta del sottoscritto: E perchè no? Dopo circa 10 minuti gli sbuffi riappaiono ma più lontani, evidentemente i cetacei stavano riossigenandosi dopo una capatina in profondità a cercare i calamari giganti (altra sinistra minaccia per l'equipaggio). Finalmente, durante la notte, il vento si mette da NNW e possiamo fare rotta, incredibile dictu, su Falmouth con le tre vele a riva, la velocità va da 3.5 a 5.5 nodi in funzione della forza del vento. 20 giugno Procediamo col NNW fino all'arrivo di alcuni temporali che raffreddano l'aria e poi il vento ruota di nuovo verso nord, che barba, la rotta diventa 070°, ben lontana dai 020° necessari per Falmouth. Nel pomeriggio il vento ruota ancora verso NW e siamo in rotta di nuovo, anche se sempre di bolina, larga però. La velocità al solcometro è spesso vicina ai 7 nodi mentre il GPS segna circa un nodo in meno a causa della corrente contraria. Scipio, il timone a vento, è inutilizzabile, durante la notte si è letteralmente masticato una delle sue due sagole, per cui ora non lo si può usare e la riparazione non è possibile con questo mare, la poppa sale e scende così tanto che se tentassi una riparazione finirei certamente in acqua. Quindi si va con Pasqualino Settebellezze, l'autopilota elettronico, quando il mare non è mosso, altrimenti, come ora, si timona manualmente, per fortuna in queste andature Ulyxes non ha quasi bisogno di correzioni, per minuti e minuti va diritta come una freccia anche col mare formato e quindi non devo fare troppa fatica. Nel pomeriggio schiviamo di misura vari temporaloni che corrono con rotta est e proseguiamo in una bellissima veleggiata, quale non avevamo ancora visto nei quasi tre mesi passati in mare. Siamo in rotta, la velocità va dai 6 ai 7 nodi, la barca è appoggiata e stabile sulle onde, il vento va dai 15 ai 25 nodi, un incanto, anche perchè nel pomeriggio il cielo si è ripulito completamente, un'orgia di azzurro. I delfini ci hanno deliziato varie volte con le loro sagome snelle e le acrobazie subacquee, fino al coupe de teatre finale: dei grossi esemplari hanno cominciato con un esercizio infrequente, uscire interamente dall'acqua in gran velocità e poi ricadere in mezzo a grandissimi spruzzi, il tutto a breve distanza dalla barca. Sono sicuro fosse una dimostrazione di abilità in escusiva per noi da parte di esemplari forse un tantino esibizionisti. Durante la notte il vento ruota a SW ma è molto debole, c'è l'annunciato arrivo di una burrasca su Biscaglia e Manica per cui non c' re, andiamo con fiocco e motore, sotto una pioggia torrenziale. Cominciamo ad avvistare navi che, seguendo la nostra stessa rotta, stanno allineandosi per transitare nella zona regolamentata di Ouessant, che dà in pratica l'accesso alla Manica per chi viene da Sud. 21 giugno Continuiamo ad andare a vela e motore per mantenere rotta 020°, il vento è quasi calmo ed il mare è incredibilmente liscio, sembra impossibile che da qui a trentasei ore dsi possa scatenare una burrasca fino a forza 9, ora sembra quasi una piscina ed è invece l'Atlantico, fra Biscaglia e la Manica. Carteggio in continuazione per tenere sotto controllo il nostro progresso in rotta. Da quando ho optato di proseguire per Falmouth e di non dirottare su Brest, dove avremmo diretto se avessimo avuto le carte di dettaglio di quest'ultimo porto, so che eventuali ritardi potrebbero significare la scongrotta nella gara a chi arriva primo con la burrasca in avvicinamento. Durante la giornata accade un fatto veramente fuori dall'ordinario, in varie occasioni ho la certezza di aver avvistato terra a distanze che erano incompatibili con la distanza della stessa, si trattava di illusioni ottiche straordinarie, questi aspetti misteriosi e strani delle nubi (perchè di nubi si trattava) non li avevo mai sperimentati neppure nella mia attività di volo. Alle 22:00 avvistiamo finalmente Lizard Point, è la Cornovaglia infine, procediamo lungo la costa, a circa 10 miglia da essa, e verso le quattro siamo finalmente siamo di fronte all'estuario del Fal. La costa è stranamente poco illuminata, noi siamo abituati a vedere le città dal mare come un agglomerato di luci visibile da lontano, mentre Falmouth mostra solo qualche fioca luce. E' solo la prima di tante differenze che fanno del Regno Unito un'entità unica in tutto. 22 giugno intorno alle 04:00 siamo di fronte all'estuario del Fal, trascorriamo un pò di tempo preparando la barca e studiando e ristudiando carta, portolano e tavole di marea; l'ingresso in questi porti è impegnativo per chi non li conosce, e vorrei evitare di esordire in terra inglese con qualche errore grossolano. Finalmente intorno alle sei la luce del giorno è sufficiente per procedere, l'ingresso è segnalato esattamente come previsto e arriviamo al marina designato, quello più tranquillo per quanto riguarda le profondità. Disdetta, lo troviamo al completo. Vado su quello di riserva, il canale di ingresso è dragato a due metri e Ulyxes pesca proprio due metri, ma la marea è alta ed infatti vengo confortato da tranquille letture all'ecoscandaglio, anche se, manovrando per ormeggiarmi in seconda fila al pontone esterno, arrivo a profondità di poco più di due metri e mezzo, un pò di batticuore alla fine non può mancare ma alle sette e mezzo la barca era ormeggiata al centro di un luogo che sembra incantato.
26/6/2004
email da Ulyxes4
Abbiamo lasciato la Galizia e nuovi luoghi, totalmente diversi ci attendono, però un pò del nostro cuore resta qui in questa terra di lontane origini celtiche e dove la gente è sì spagnola ma di una natura speciale e originale, Abbiamo sperimentato due approdi, Camarinas e La Coruna, il primo, un piccolo paesino di pescatori con un piccolo porto e un ancora più piccolo marina, il secondo, un grande centro moderno con un grande porto oceanico e un marina modernissimo in via di completamento. Tra i due luoghi un carattere comune: quello di essere galiziani; una singolarità simile a quella, se volete, di essere sardi in Italia. La lingua galiziana è naturalmente molte vicina allo spagnolo castigliano, parlato nel resto della nazione, ma con nette differenze, e con una notevole somiglianza al portoghese. La gente sente molto la propria individualità culturale e, come noi sardi, ne è insieme orgogliosa e prigioniera. Un galiziano doc, Juan, con il quale abbiamo immediatamente legato, mi ha rivelato come loro, quando si spostano, per esempio a Madrid, sentono di essere o di essere visti dagli altri come "provinciali". Dentro di me ho pensato che, forse, è solo una sorta di complesso che si portano addosso, e ripensavo ai miei primi tempi in Accademia a Pozzuoli, unico sardo perso in mezzo a 150 colleghi "continentali". Il tema della Sardegna mi è tornato con insistenza alla mente durante la permanenza in Galizia, o Galiza come dicono loro, infatti una radio locale, Radio Oleiro, mandava in onda lunghi periodi di musica tradizionale e, da non credere se non lo si sente, alcuni brani cantati da voci maschili soliste e alcuni pezzi suonati con una sorta di cornamusa locale, la gaita, facevano pensare ai nostri "cantores" e alle launeddas rispettivamente. Sarà sicuramente un fatto casuale ma è molto intrigante. La Galizia è verdissima e boscosa, e qui non ci sono, purtroppo, analogie con la terra di Sardegna. La campagna e i boschi sono punteggiati da casolari e abitazioni curate e molto belle, accanto alle quali ogni tanto spunta un "horreo" che è una costruzione originalissima di questa regione, che ormai viene conservata come monumento. Si tratta di una capanna, costruita interamente in pietra, di pianta rettangolare, che poggia su acuminati coni infissi nel terreno, tra i coni e il basamento della capanna sono interposti dei grandi dischi. Tutti questi elementi costruttivi sono in granito e lo scopo di questa elaborata struttura era quella di impedire l'accesso ai roditori, dato che la funzione dell'horreo era quella di luogo di conservazione delle provviste come grano, patate e legumi in un ambiente aerato (le pietre sono solo sovrapposte e non c'è malta come nei nuraghi), era quindi la dispensa delle famiglie. Durante la nostra permanenza siamo stati a Santiago de Compostela. Non potevamo non andare in uno dei luoghi di pellegrinaggio più conosciuti della cristianità. E ne è valsa la pena, è stata una visita che molto mi ha fatto pensare. Santiago è la esemplificazione del sentimento religioso spagnolo, così come io me lo sono sempre immaginato, simile per certi versi a quello italiano, in fin dei conti è la stessa religione e abbiamo un papa in comune, ma con delle peculiarità di grande spessore. L'intera città è costellata di edifici religiosi e di culto, la chiesa di S. Francesco, il convento delle Clarisse, fra i tanti, e poi la celebre Cattedrale. Tutti questi monumenti hanno un elemento unificante: la severità, che incute reverenza e quasi paura. Sono severi nella pietra con la quale sono costruiti, un'arenaria grigia e un pò scura, sono severi nelle statue di santi e personaggi vari, tutti molto pedagogici e ammonitori, sono severi nella penombra degli interni dove gli altari rifulgono per maestosità, per la magnificenza dell'oro zecchino che copre tutto; e poi, a far sentire piccino il pellegrino contribuiscono le imponenti dimensioni dei monumenti e del contesto urbanistico in cui essi sono inseriti. La dimensione religiosa che sembra prevalente, fino ad essere quasi palpabile, è quella del timor di Dio, la quasi meschina piccolezza dell'uomo di fronte alla grandezza del Creatore è continuamente evidenziata e così resta spazio solo per la contrizione per il proprio stato di miseri peccatori di fronte alla Perfezione. Questo sentimento era così prevalente, anche nell'espressione dei visi e nelle posture dei tantissimi pellegrini, che è stato necessario un atto di volontà per riaffermare dentro di me che comunque, malgrado questa mortificazione dell'uomo nella sua debolezza, in fondo la grande cattedrale era stata costruita per celebrare la santità di un apostolo che era stato ben un uomo e che, a suo tempo avrà pur avuto le sue umane miserie! Solo la umana prospettiva di altri uomini, successivamente, ha fatto si che l'apostolo diventasse inarrivabile nelle sue virtù e la sua memoria fosse lì solo per ricordare quanto l'astante fosse lontano da quell'esempio di perfezione. Chi ne subì le conseguenze, vedi le nefandezze della Santa Inquisizione, potrebbe testimoniare quanto questo modo di porre la religione fosse funzionale al potere dei re e dei papi, e fosse ben lontana dall'insegnamento autentico del Cristo. Queste riflessioni, forse banali e che, comunque, vengono dopo che secoli di progresso hanno chiarito tante cose nella cultura dell'uomo, nulla possono togliere alla meraviglia che la cattedrale suscita nel vederla. La Galizia è stata per noi anche e soprattutto La Coruna, dove avevamo dovuto dirottare per un'avaria alla tenuta dell'asse dell'elica. A Coruna (in galiziano si scrive A e non La e si pronuncia A Corugna), che non significa affatto "la Corona" come erroneamente pensavo, è una bellissima e moderna città detta anche la Città di Cristallo, per via delle vetrate che, tradizionalmente chiudevano le verande dei palazzi e che fanno luciccare al sole l'intero lungomare; la gente è molto attiva ma anche molto allegra, non per niente vale il detto: Santiago studia, Vigo lavora e A Coruna si diverte. Qui più ancora che nel resto della Spagna, è comune fare le ore piccole durante il fine settimana e, se andate in centro a mezzanotte o l'una, lo trovate affollato da non credere, tutti che si spostano da un locale all'altro e si vive molta allegria e animazione. Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare nella nostra strada Juan, grande appassionato di vela e direttore di Marinaseca, il marina che ci ha ospitati durante le riparazioni di Ulyxes. Inizialmente ha detto una frase molto semplice: Io mi comporterò con voi come vorrei si comportassero con me se fossi in stato di bisogno in terra straniera. Detto questo, fino alla nostra partenza è stato un nume protettore, mi ha aiutato nella risoluzione di ogni problema, fino ad accompagnarmi personalmente dal tornitore di sua fiducia, oppure a cercare gli anelli di tenuta speciali che mi servivano; ci ha presentati ad amici suoi, i quali, a loro volta, ci hanno invitati alla loro finca (casa di campagna) per una piacevolissima giornata. Insomma abbiamo trovato una persona di grandi capacità e rapidità nel lavoro e, insieme, un amico generoso e pieno di calore. Grazie Juan, che tu possa trovare qualcuno che ti aiuti se ne avrai necessità, te lo meriti.
21/6/2004
Canale della Manica sono le 21:50
E' iniziato tutto stamattina. Eravamo a 80 miglia nautiche da Lizard Point (Cornovaglia). Dopo quattro giorni di navigazione nel golfo di Biscaglia avvisto quella che sembra una costa, era proprio nella direzione delle isole Scilly; al binocolo, quello buono, riservato alle osservazioni più difficoltose, ciò che si vedeva aveva le caratteristiche della terra vista in lontananza: colore chiaro, differente dalle nuvole soprastanti, profilo montagnoso che si stagliava sull'orizzonte. I dubbi che potesse trattarsi realmente di terra e non di qualcos'altro erano generati dall'enorme distanza che ci separava dalla costa; per dare certezza all'avvistamento tento di appurare se il profilo che vedevo restava immutato mentre il tempo passava; apparentemente il profilo si manteneva nel tempo( o almeno così sembrava dato che non è agevole fare questi confronti). La distanza era enorme ma, mi dicevo, hai visto mai, in queste zone la visibilità potrebbe essere incredibilmente buona e creare condizioni di avvistamento non comuni. Amalia, incredula, lancia anche una scommessa, mi avrebbe pagato una pinta di birra una volta giunti in Inghilterra, se l'avvistamento fosse stato reale. Passa del tempo e la mia certezza che si trattasse di terra vacilla, forse era solamente un effetto ottico causato da qualche fenomeno fisico, forse erano solo ed esclusivamente delle nubi. Dopo lunghi tentennamenti concludo che ho perso la scommessa, pagherò la birra. Qualche tempo dopo, diciamo verso le sei, osservando nella stessa direzione, vedevo ancora la mia pretesa terra ma ora la natura di ciò che vedevo era finalmente assolutamente fuori discussione: era terra. Anche il colore marroncino lo confermava. Faccio anche delle foto. Al binocolo sembravano delle scogliere, beh giusto, cos'altro potevamo aspettarci? però insisto, osservo con puntiglio e concentrazione, aguzzo la vista, cerco di determinare con precisione il profilo di queste forme lontane, voglio riuscire a cogliere i dettagli di questa costa di Cornovaglia che so stare davanti alla prua di Ulyxes e che agogno. E la "terra", piano piano, man mano che riesco a cogliere i dettagli, con le difficoltà derivanti dal continuo movimento della barca, mostra delle forme che hanno un che di fantastico, quasi iperrealista, ci sono strutture colonnari, guglie, pinnacoli slanciati, come uno può immaginare un castello incantato delle fiabe nordiche. Una visione da sogno. Quasi atterriva con le rientranze, le sporgenze, la variazione dei bianchi e dei grigi che davano profondità e rilievo a queste visioni lontane. Non si trattava della costa. Neppure poteva essere un castello incantato perchè la carta nautica non ne riporta neppure uno in zona( che battuta!). E allora che cosa era, beh era la cosa più ovvia e cioè grandi nubi, poste a grandissima distanza, e la cui parte bassa era invisibile essendo al di sotto dell'orizzonte, mentre la sommità era visibile e, per effetti di chiaro-scuro prendeva aspetti irreali. E' vero, non è la terra, ma è una visione di sogno che ora, col procedere della sera va man mano acquisendo i colori del tramonto; nella parte sinistra, guardando direttamente ad ovest, c'è una sottile lama rosso fuoco che dall'orizzonte marino va alla grande distesa di nubi soprastanti; spostando lo sguardo verso destra, verso nord, il colore passa al fucsia e poi al rosa in maniera sfumata e quasi impercettibile, con delle striscioline di un marroncino pastello, e sotto c'è un oceano che ha qui il colore dell'a ell'azzurro quasi lattiginosa, così diversa dal golfo di Biscaglia che abbiamo appena lasciato e dove l'oceano era di un blu profondo. Non era terra, però, ai nostri sensi, quello che stavamo vedendo era la fantastica materializzazione di un castello incantato e chissà che le descrizioni di mondi che nascono dalle acque in certe storie fantastiche e in certe fiabe e leggende, non trovino la loro origine proprio in visioni come quella che avevamo la fortuna di poter osservare.
16/6/2004
Gian Biagio is0ezz/mm ci scrive
Sono contentissimo ...di aver potuto partecipare a questa vostra iniziativa nell'unico modo che mi era possibile e cioè stando alla radio, è stato bellissimo poter chiaccherare tra amici così a lungo e dare la possibilità, a chi si avvicinava allo stand dell'ARS, di capire che cosa la radio possa significare realmente e concretamente nella vita degli appassionati radioamatori. Cosa dire dei vari collegamenti, emozioni a non finire, piacere quasi fisico nel sentire voci familiari e non, parlare al microfono e quasi illudersi di poter vedere ciò che accadeva a mille miglia di distanza. Il vostro grande caldo nel capannone della Fiera l'ho quasi sentito, un altro pò e avrei dovuto alleggerirmi d'abito realmente, e qui c'erano a malapena 25 gradi. Insomma, rifatelo presto, io sono stato troppo bene. ...continuate così vi prego, io sono il vostro più fervente tifoso e senza di voi il nostro viaggio sarebbe certamente più povero. Un grande abbraccio
16/6/2004
email da Ulyxes4
Siamo ormai da alcuni giorni in attesa che i venti contrari si attenuino e noi possiamo finalmente riprendere la nostra rotta per il Nord. Si tratta quindi di un periodo di attesa, magari non oziosa, ma pur sempre di attesa, durante il quale non stiamo facendo ciò che vorremo, cioè, navigare e spostarci verso il prossimo porto. Innanzi tutto forse qualcuno si può chiedere come mai con una moderna barca a vela, con armo marconi, con vele nuove, non si parta anche se in presenza venti contrari. E' una domanda propria, perchè in tanti hanno preso dimestichezza con la bolina ai tempi della Coppa America, tutti ricordiamo come le barche, nel tratto appunto di bolina, cioè in quel tratto che dalla linea di partenza porta alla boa posta esattamente sopravvento, navigassero molto inclinate, risalissero il vento facendo i cosidetti bordi, cioè navigando con una rotta il più possibile vicina al vento, dal lato che più conveniva per raggiungere la boa. Questa andatura è molto spettacolare e si presta a quelle tattiche di virate e controvirate caratteristiche dei match-race, con gli equipaggi spostati quanto più possibile sul lato sopravvento per limitare l'inclinazione della barca e renderla più "potente". Questa stessa andatura è, naturalmente, possibile su barche come Ulyxes, con prestazioni che sono ovviamente più limitate in termini di velocità e di angolo minimo col vento. Nel caso di Ulyxes, con un vento intorno ai venti nodi e mare conseguente, la velocità è poco superiore ai 4 nodi e l'angolo formato dalla rotta effettivamente percorsa e la direzione del vento è intorno ai 55 gradi. In queste condizioni l'angolo di inclinazione della barca è notevole, la falchetta ogni tanto va sott'acqua, quando un'onda un pò più grande delle altre frange sulla prua, gli spruzzi di acqua salata arrivano fino in pozzetto e tutta la barca è costantemente bagnata; l'intera prua qualche volta entra nell'onda in arrivo e la barca ha una violenta frenata con la velocità che cade anche a 2\3 nodi, per poi lentamente risalire. Spostarsi e fare le manovre all'albero è molto faticoso, bisogna muoversi sempre con la cintura di sicurezza agganciata ai passerini (delle fettucce, posate in coperta, molto robuste, che corrono da prua a poppa), si prendono gli spruzzi, quindi la cerata e gli stivali sono d'obbligo. La barca ha movimenti a volte molto bruschi quindi una mano può lavorare alla barca ma l'altra quasi sempre serve a tenersi (il "una mano per la barca e una mano per sè" di antica memoria). Ci sono occasioni in cui gli spostamenti in coperta si fanno carponi per aumentare la sicurezza. Di andare a prua in genere non se ne parla proprio, il suo spostamento verticale la fa somigliare alla groppa di un cavallo bizzarro, fortunamente l'uso dell'avvolgifiocco ha reso possibile ridurre la vela a prua operando dal pozzetto. E dentro, in cabina, com'è la situazione? beh, innanzitutto l'inclinazione dei paglioli (il pavimento) è la stessa della coperta, diciamo una ventina di gradi; camminare è possibile ma con molta circospezione, tenendosi in continuazione a tutti gli appigli disponibili e ai cosidetti "tientibene", qualunque oggetto che non sia assicurato in qualche modo scivola e, inesorabilmente, cade sul pagliolo; inutile descrivere le conseguenze se l'oggetto in questione era la bottiglia dell'olio d'oliva oppure il computer portatile. Cucinare in queste condizioni è solo per spiriti eletti con un senso del sacrificio che si avvicina al martirio, quindi il mangiare non va oltre il pane ed il companatico, ammesso che li abbiate tolti dalla cambusa quando eravate sul bordo buono, cioè quello che fa sì che il contenuto della cambusa resti dentro di essa quando aprite lo sportello. Se foste sul bordo sbagliato, all'apertura dello sportello seguirebbe l'istantanea evacuazione del contenuto e la sua proditoria proiezione in tutte le direzioni (quando capita, e capita, il dopo è un incubo perchè il disordine e lo sporco causato dalla rottura dei contenitori fanno diventare la situazione drammatica). Dunque, eravamo partiti dalla possibilità di bolinare su una barca da crocera e lì torniamo. Dopo la descrizione che vi ho fatto (e non ho affatto esagerato) quanto tempo, in termini di ore, non di giorni, pensate che un normale e tranquillo equipaggio familiare possa resistere prima di cominciare a chiedersi che cosa ci faccia lì fuori a prendere schiaffi e a non andare da nessuna parte? eh sì, proprio da nessuna parte perchè, ricorderete, la barca, di bolina, era capace di fare una rotta posta a circa 55 gradi dalla direzione del vento, nell'ipotesi che il timoniere sia attento, perchè altrimenti l'angolo diventa subito 60 gradi. Bene ora guardate avanti a voi, immaginate di trovarvi di fronte alla vostra destinazione e dalla stessa direzione provenga il vento, bene, di bolina andrete in una direzione spostata lateralmente di 55 gradi! cioè, per raggiungere la destinazione dovrete fare un percorso a zig zag che è lungo più del doppio di quello diretto, dove la velocità è bassa, e dove la fatica di vivere è tanta. la barca e le attrezzature vengono sollecitate e usurate grandemente, si mangia male e si dorme peggio. Allora ecco perchè non è sensato, se non ci sono condizionamenti particolari, lasciare un porto quando i bollettini, e le previsioni per i giorni seguenti, danno vento di prua. Naturalmente, se, durante una navigazione, il vento gira e si pone di prua, si fa buon viso a cattivo gioco e si prosegue di bolina, sperando che presto il vento giri ancora.
5/6/2004
email da Ulyxes4
Come qualcuno saprà siamo finiti in quel de La Coruna per un'avaria alla tenuta dell'asse dell'elica; l'acqua dell'Atlantico, che noi volevamo tenere fuori dalla barca, insisteva nel voler entrare a farci compagnia, siccome lei è tanta e noi siamo pochi è stato necessario scendere a patti: ce ne usciamo noi. E così ecco che siamo pronti all'alaggio di Ulyxes. Lo scenario: interno del porto peschero di La Coruna, un bacino in cemento con le pareti altissime (qui la marea sizigiale raggiunge i 5 metri), al di sopra del bacino troneggia un "travel lift", sarebbe una specie di carro ponte, destinato a sollevare la barca. E' nuovo di trinca e sul suo ponte di comando impera Juan, un "operador muy practico", che ho conosciuto personalmente come persona svelta e simpatica, anche se il suo parlare gallego mi rende difficile capire ciò che dice. Il vento (poteva essere differente?) viene esattamente al traverso rispetto all'asse del bacino, è sostenuto, manco a dirlo, ma, poco male, Juan, con mia sorpresa, mi fa cenno di entrare di prua, e così la manovra, anche con il vento al traverso è facile e senza sorprese. Mi allineo con il centro del bacino ed entro in questa gabbia di cemento. Juan lancia due cime, una a prua e una a poppa, una a testa per me e Amalia così non litighiamo. Cerchiamo di tenere la barca centrata, Juan manovra le cinghie di sollevamento come se stesse acchiappando farfalle col retino e zac Ulyxes è immobilizzato e inizia il sollevamento. Io sono deliziato, i miei dubbi iniziali sono senza fondamento, Juan sa che cosa fa, il travel lift è nuovissimo ma, hombre, all'operador non mancano gli attributi. La barca sale, sale, arriva fino quasi all'altezza della sommità del bacino, hai! lo strallo, cioè il cavo che dalla testa dell'albero va giù all'estremità della prua, nel sollevarsi della barca si è portato vicinissimo alla struttura metallica del travel lift, se si sale ancora di dieci centimetri si faranno grossi danni. Stop Juan, non se puede, e Juan si ferma e si gratta la testa, squadra la situazio il logaritmo dell'arcotangente di chisachecosa e poi sentenzia : de popa. Augh, Juan, de popa. Non dico "te l'avevo detto", ma confesso di averlo pensato. Ecco quindi Ulyxes ridiscendere ne la agua del bacino e io esco di gran carriera perchè se uscissi lentamente il vento al traverso mi spingerebbe senza scampo su alcune boette che sono molto, ma molto vicine al bacino. Quindi dobbiamo entrare di poppa, facile a dirsi ma difficile a farsi perchè: 1 - Ulyxes a marcia indietro manovra come una vacca che, presa per le corna, si tenti di fare entrare attraverso la porta stretta della stalla; 2 - il vento al traverso fa scarrocciare la barca ed entrare nello stretto bacino senza urtare da un lato o dall'altro è difficile; 3 - un fattore che poi vi dico e che ancora non conoscevo. I fattori 1 e 2 li conoscevo e conoscevo anche la risposta adeguata: partire da lontano con la prua orientata verso il vento di una quarantina di gradi, dare tutta macchina indietro fino ad assumere una discreta velocità, in modo che la vacca, hops Ulyxes, sentisse l'effetto del timone. E così mi regolo, forte velocità indietro, il timone che in questi frangenti diventa durissimo, e un pò di cardiopalmo per il sottoscritto. Punto la poppa con decisione sul lato sopravento del bacino, Amalia, smarrita, fa cenno al ciclopico muro di duro cemento che costituisce appunto il lato sudetto. Nel frattempo vento e corrente di marea (eccolo il subdolo terzo fattore di cui sopra) ci spostano sottovento, ma non abbastanza e riesco ad entrare di gran carriera nel bacino. Ma il bacino non è certo lungo, è appena qualche metro in più dei 12 metri di Ulyxes, bisogna quindi fermare la barca che pesa intorno alle quattordici tonnellate; quindi grande smotorata in avanti e, di misura, ci fermiamo senza urtare con Scipio la parete di fondo del bacino. Juan ci lancia le solite cime e si mette ai comandi ma stavolta il protettore degli operatori di travel lift sta guardando da un'altra parte. Le cinghie-retino per farfalle stavolta stanno sempre nel posto sbagliato ...[???]... avanti le cinghie stanno indietro e viceversa. Juan comincia a gridare, dall'alto del travel lift, in una variante locale del gallego, non di capisce una parola che fosse una. Gesticola, si fa paonazzo, scende dal travel, risale urla qualcosa a me, poi ad Amalia, poi ancora a me. Noi dabbasso cerchiamo di fare l'unica cosa che in quella situazione potessimo fare, spingendoci contro le pareti interne del bacino, evitavamo che Ulyxes avesse danni urtando contro il bacino stesso. Con due sole cime, una a poppa e una a prua è impossibile tenere una barca al centro del bacino, Juan stava usando una tecnica errata ma non era possibile spiegarglielo per il motivo che io non parlo gallego e lui non parla italiano (comunque non credo che avrebbe ascoltato nessuno in quel frangente, era troppo eccitato). Dopo alcuni tragicomici tentativi di acchiappare al volo la barca, Juan scende dal mezzo e si sbraccia per cacciarci via dal bacino, io faccio del mio meglio per non tradire la mia irritazione, uscire e rientrare, con i problemi di manovra che ho accennato sopra, non mi piaceva assolutamente, una volta era andata bene, non era detto che altrettanto accadesse la seconda volta, era una manovra ad alto rischio. Non c'è stato nulla da fare, dovevo uscire, anche perchè l'operador muy practico aveva incasinato le fasce e per risistemarle era veramente necessario liberare il bacino. Così eccomi, con la morte nel cuore, a uscire di nuovo dal bacino e scansare di misura le boe che, ne sono sicuro, sono lì per dare lavoro al cantiere, per i danni che le cime avvolte alle eliche sono capaci di provocare. A questo punto non so più che cosa il destino, sotto le sembianze di Juan, mi riservi. Lui ha lasciato il ponte di comando e si è allontanato, io dalla barca non so che cosa lui stia tramando, vorrei andare via ma non so dove andare, posso solo manovrare in cerchio di fronte al bacino in attesa di neppure io so cosa. Ma ecco Juan che ritorna, non è solo, c'è con lui un'altra persona, anche lui si chiama Juan, ed è il direttore. Mi fa la stessa espressione e baldanza di un condannato che si dirige al patibolo, organizzo la solita sceneggiata, prua al vento di una quarantina di gradi, tutta macchina indietro, timone di pietra, il bacino che si avvicina velocemente, anche stavolta la poppa centra l'apertura del bacino stesso, la barca è dritta, bravo Gian Biagio!; il fondo del bacino si avvvicina, questa volta non mi frega, lo spavento di prima mi serve di lezione, do tutta macchina avanti per frenare Ulyxes quando metà barca è ancora un pò fuori, la barca si ferma, forse era troppo presto, non solo si ferma ma riparte in avanti, con l'invertitore in folle, e, risucchiata dalla corrente di marea, dirige senza esitazione alcuna verso le ormai famigerate boe. Beh era una bella situazione di m....Ormai mi vedevo con la barca impastoiata ingloriosamente tra boe, cime e delle barchette che erano ormeggiate appena sottovento. Di dare motore manco a parlarne, in quella situazione potevo solo riuscire a rompere qualcosa su Ulyxes. Però stavolta il protettore di cui sopra stava evidentemente guardando e sentite come è andata. Mentre Ulyxes, indisciplinatamente, se ne usciva dal bacino, Juan, l'operador muy practico, mi aveva lanciato una di quelle due cime di cui ai precedenti tentativi, aveva accompagnato il lancio e i successivi momenti con tutta una serie di strepiti nella solita lingua incomprensibile, io acchiappo al volo la cima e, con la forza della disperazione, tento una improbabile frenata di Ulyxes, agli inizi devo mollare per evitare di finire in acqua, poi mentre la barca sta per uscire completamente dal bacino, come in un cartone animato, la corsa rallenta. Con le unghie e con i denti tengo al limite delle mie forze e, miracolo, la barca si ferma, ma è completamente di traverso rispetto al bacino, l'estremità del pulpito di poppa si appoggia all'estremità destra del bacino mentre la prua è appoggiata al lato opposto, se scorre ancora dieci centimetri verso l'esterno la barca va a remengo. Però almeno siamo fermi, io che tremo dallo sforzo, ntorno alla ricerca di occhi compassionevoli, se allento solo per un attimo la barca scappa via, succhiata dalla corrente. La situazione è di totale stallo, Juan l'operador continua a strillarmi cose che, secondo lui, dovrei fare; io tengo la barca ormai al limite della resistenza, alcuni astanti guardano dal di sopra del bacino in catatonica fissità, ma Juan il direttore, che Dio lo benedica, scende dall'alto del bacino, lungo le sartie di Ulyxes, fino in coperta, roba da film di pirati, un abbordaggio fatto come si comanda . Amalia trova la forza di esclamare : Ma chi è, Batman?. Porta con sè un'altra cima, si piazza a gambe larghe e si mette ad alare anche lui con energia e poi non c'è più storia, posizioniamo la barca, la centriamo, stavolta le cinghie sono al posto giusto e su, in alto, finalmente Ulyxes va, e questa volta per restarci, ben appoggiato e sicuro sul cemento.
PSAd operazione terminata Juan l'operatore si è avvicinato con un bellissimo e cordiale sorriso e ha detto, con molto candore e in spagnolo comprensibile stavolta, che sapeva di avere un brutto carattere quando operava sulla macchina.
4/6/2004
email da Ulyxes4
Siamo a La Coruna con la barca a terra ma non è niente di grave. Avevamo lasciato Camarinas per Falmouth sfruttando una finestra di vento favorevole; ma invece di arrivare in Albione siamo in terra spagnola e ci resteremo ancora qualche giorno, in attesa di ultimare le riparazioni. Com'è andata? Dobbiamo tornare indietro di due settimane circa; eravamo a Lisbona e avevo dovuto intervenire sull'alternatore che aveva dei problemi. I guai dell'alternatore li avevo risolti ma, nella stessa occasione, avevo notato che il suo supporto mostrava alcuni segni di usura non gravi (almeno così sembrava), avevo deciso di non intervenire subito ma di rimandare a dopo la sistemazione del problema. Veniamo ora alla partenza per Falmouth. Siamo partiti verso le dieci del mattino, dopo aver impiegato qualche tempo per rilevare gli errori della bussola di rotta sfruttando le mede di ingresso della ria di Camarinas. Durante tutta la giornata siamo andati bene, avevamo percorso una cinquantina di miglia sfruttando anche il motore, visto che il vento era scarsissimo; la giornata era molto bella e ci eravamo ormai immersi nell'atmosfera della traversata; io avevo in mente solo due cose, seguire con attenzione lo sviluppo della situazione meteorologica e preparare l'atterraggio a Falmouth e a Brest; quest'ultimo porto poteva diventare importante nel caso che si fosse materializzata una sventolata da nord o da nord ovest, che nel Golfo di Biscaglia è sempre in agguato. Verso le cinque ero in cuccetta, a riposare, quando un un rumore anomalo, proveniente dal vano motore, mi ha fatto schizzare in piedi. Ho fermato il motore, sollevato i paglioli, controllato e il responso è stato immediato, non potevamo più contare sull'alternatore, il suo supporto, appunto già malandato, stava per rompersi. Poco male, a bordo abbiamo due pannelli fotovoltaici e un generatore eolico che possono darci energia bastante ai bisogni medi della giornata. Quindi decidiamo di proseguire e di fare a meno dell'alternatore; smonto la cinghia, fisso l'alternatore in modo che, non muovendosi, non solleciti il supporto, alla cui riparazione avrei provveduto in Inghilterra. Quindici minuti di lavoro. Avevo già terminato quando un insistente gocciolio, che era stato presente sin da quando avevo sollevato i paglioli, ma che non avevo focalizzato, preso com'ero dalla questione alternatore, attira finalmente la mia attenzione. Una rapida ispezione e la risposta è stata non delle migliori: la tenuta dell'asse perdeva, non molto a dire il vero, ma in modo continuo. La tenuta dell'asse dell'elica di Ulyxes oltre agli anelli di tenuta dell'acqua veri e propri ha, nella stessa zona, due cuscinetti a sfera reggispinta, uno per la marcia avanti e uno per ...[???]... proprio attraverso i cuscinetti, per cui si può immaginare che disastro poteva combinare sulle superfici lucide delle sfere e delle piste, non potevo continuare in quelle condizioni. Inizialmente mi sono sentito veramente male dentro, ho maledetto la sfortuna e ho visto nero per un pò sul futuro del viaggio. Mi sono tornate alla mente le difficoltà del novembre 2003 quando tutto ha congiurato affinchè non riuscissi a raggiungere Gibilterra, mi è tornato alla mente come venti contrari ci abbiano tenuti fermi a lungo sia ad Almeria che a Portimao, ho ripensato ai vari problemi tecnici avuti in questi primi due mesi e, insomma, mi sono vittimizzato un tantino. Mi intristiva sopratutto il pensiero che la Norvegia fosse ancora tanto lontana e questo ulteriore ritardo l'avrebbe allontanata ancora di più. Cosa dire poi delle prospettive della riparazione? A Cagliari, ovviamente, non avrei avuto problemi ad organizzare i lavori e a terminarli in pochissimi giorni, ma qui, nel bel mezzo di terre e acque sconosciute, non sapevo neppure da dove cominciare, anzi, dovevo ancora decidere verso quale porto dirigere. Le possibili scelte erano due : La Coruna e Brest. La prima aveva il vantaggio di essere a poche decine di miglia e, essendo spagnola, forse poteva darci dei vantaggi circa la comprensibilità della lingua e l'atteggiamento della gente così tanto simile a noi, la seconda aveva il vantaggio di essere lungo la nostra strada (e i venti erano previsti a favore), ed inoltre, essendo Brest un grande porto, aveva sicuramente le risorse necessarie alle riparazioni. Nello sfondo poi c'era la questione economica, lavori come quelli che si prospettavano hanno in genere un impatto economico notevole e il budget di manutenzione è già pericolosamente in rosso. Comunque era necessario decidere, per cui abbiamo cercato di chiarirci un pò le idee discutendo i vari pro e contro. Amalia era sin dagli inizi per La Coruna, io invece avrei preferito Brest perchè era sulla nostra rotta. Poi, pesando tutti gli argomenti, e dato anche che La ...[???]... gibile a vela col vento da nord ovest F 3-4 che si era stabilizzato, ho tirato una linea sulla carta nautica, rotta vera 125°, 35 miglia nautiche per La Coruna o, come dicono in lingua Gallega, A Coruna. La notte l'ho trascorsa al timone, anche Scipio non ne voleva sapere di fare il suo mestiere, manteneva la rotta come un nocchiero sbronzo, per un pò andava diritto e poi, improvvisamente di "addormentava", lasciava andare Ulyxes fuori rotta senza fare una piega, come se non fosse stato suo dovere correggere. Non riferisco le male parole che gli ho indirizzato, ero anche molto preoccupato, se anche Scipio necessitava di riparazioni potevo ben dire che avrei dovuto cambiare sport e darmi all'ippica, lì, una svolta sfamato e ferrato il quadrupede, resta solo che montarlo e farsi la galoppata...Quindi, in queste poco onorevoli condizioni tecniche, abbiamo navigato, evitato i soliti pescherecci, seguito con precisione chirurgica le indicazioni del portolano in modo da evitare l! e secche e i bassifondi che infestano le acque de La Coruna, ci siamo messi in prua il più antico del faro del mondo ancora funzionante, la torre di Hercules, costruito nel II secolo dell'era cristiana dai Romani; abbiamo traversato zone di mare così coperte di schiuma di origine urbana da fare impressione (ah, l'inquinamento!), e, infine siamo entrati nel grande porto. Malgrado lo stato d'animo basso l'ingresso nel porto sconosciuto è stato carico di piacevole tensione come sempre e poi la ria è veramente spettacolare. Questi paesaggi costieri galiziani sono molto belli. Già a Camarinas era stato emozionante entrare nelle affrattuosità, mai anguste, di queste antiche valli fluviali ora sommerse dalle acque dell'oceano; le foreste e i prati verdissimi si estendono fino alla riva, le abitazioni e i centri abitati hanno caratteri totalmente differenti da quelli della Spagna mediterranea che avevamo conosciuto in precedenza, hanno un che di nordico, anche in un certo quale ordi! ne e compiutezza delle costruzioni. Ma torniamo al porto di La Coruna e scalcagnato Club Nautico non è stato semplicissimo, all'inizio ci sono molte barche all'ancora e alla boa, bisogna fare la slalom fra di esse per arrivare ad alcuni derelitti pontoni, qualcuno semisommerso, bisogna poi individuare un ormeggio libero e infilarvisi senza tanti complimenti. Così abbiamo fatto e, dopo aver ormeggiato, qualcuno è arrivato per dirci che...potevamo stare dove ci eravamo sistemati di nostra iniziativa. E' iniziata quindi l'operazione alaggio e riparazione con alti e bassi che ancora non sono finiti; ne riparleremo.
30/5/2004 ore 22:00
Infiltrazione di acqua
A causa di una infiltrazione di acqua sull'asse dell'elica, costretti ad invertire la rotta e puntare su La Coruña. Si renderà necessario mettere in secca la barca per le opportune operazioni di riparazione; non è escluso che la causa possa essere dovuta alla fune che si era intorcicliata intorno all'elica nella notte del 21 Maggio durante l'avvicinamento a Leixoes.
29/5/2004
email da Ulyxes4
Siamo di nuovo in Spagna, esattamente a Camarinas in Galizia, siamo appena arrivati provenienti da Leixoes e già l'amiamo ma questo farà parte forse di altre impressioni. Oggi parlo del Portogallo che abbiamo lasciato a malincuore e che ci accolto per quasi un mese (molto di più di quanto non prevedessi, ma il vento ha le sue regole e bisogna accettarle a cuor leggero). E lo saluto parlando dell'ultima città portoghese che abbiamo avuto l'opportunità di visitare, Porto, che poi sarebbe la nostra Oporto, la "o" sopranumeraria mi ha fatto comicamente pensare ad un ipotetico antico primo napoletano di passaggio che ne avesse storpiato il nome. Posso solo dire che se dovessi scegliere , tra quelle visitate, una città del Portogallo dove stare, quella città sarebbe senza dubbio Porto, è un gioiello. Non sarà senza significato che sia stata dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Nasce sul fiume Douro che scorre in una profonda e verdissima valle. Sul fondo della valle il fiume, le sue banchine, i depositi, e, oggi, le passeggiate lungo gli argini con i loro ristoranti e i loro bar con i tavolini all'aperto. Oltre gli argini, in salita, uno snodarsi di vie e viuzze che, a percorrerle, sono una continua sorpresa, un ooh segue ad un altro oohh. Uno stretto vicoletto, sul quale si aprono direttamente le porte delle case o dei cortiletti , che mostra senza bigotta pudicizia panni lavati stesi ad asciugare, si apre su una piazza enorme e bellissima, dove si erge, in cima ad una altissima colonna, la statua ad Enrico il Navigatore che, almeno così vuole una tradizione appresa qui, nacque proprio ad Oporto. Sulla grande piazza convergono strette stradine piene di umanità anche pittoresca, e grandi e importanti Ruas, sulle quali insistono palazzi la cui architettura ricorda molto quella del nord Europa, sembra di averli già visti a Parigi o a Monaco di Baviera. E questo è il vero motivo della sorpresa che si prova passeggiando per Porto, un contrasto unico tra gli angoli colorati e pieni di vita e i palazzi e i monumenti che restituiscono appieno il carattere internazionale e di crocevia dei commerci che Porto ha avuto in passato, e che, in parte, ha ancora oggi. Quale differenza con Lisbona! Porto ovvero una grande impressione di vitalità, Lisbona ovvero la nobiltà decaduta. A Porto, complici forse i prossimi campionati europei di "futbol", tutto è per aria, ci sono tante strade e piazze dove lavorano in centinaia fino a sera inoltrata per rendere la città ancora più bella. A Lisbona tutto, o per non essere ingenerosi, molto è per aria....e basta. Il portolano, che dà succinte descrizioni delle città, definisce Lisbona leggermente "dilapidated" e tale aggettivo, di immediata espressività ma non facilmente traducibile, si attaglia alla perfezione alla città. E' naturalmente ricca di ricordi del suo grande passato, ha delle zone veramente monumentali e di grande fascino ma, se la percorrete a piedi, se lasciate l'area monumentale e entrate nel Barrio Alto, oppure in tutta la zona che fronteggia il porto, oppure, ancora, vi addentrate nel rione Alcàntara, beh, non potrete fare a meno di dispiacervi per l'aria di abbandono. Ho provato la stessa sensazione a Palermo. Le testimonianze di una grandezza passata sono ingloriosamente svillaneggiate dall'incuria dei contemporanei. Dovrebbe essere proibito. Un'ultima annotazione, in Portogallo a palesarsi come italiani c'è grande convenienza; ogni volta che ci è accaduto, cioè sempre, dato che non parlavamo la loro lingua e la nostra provenienza veniva subito dichiarata, l'atteggiamento dei locali era di grande simpatia e stima (sono forse gli unici al mondo, oltre a noi italiani, a comprare le auto Fiat); si danno un gran daffare per dare le informazioni richieste e per aiutare. A noi è accaduto un fatto davvero singolare che lo testimonia. Eravamo sul tram che unisce il porto al Centro Culturale di Belem, per la calca non eravamo riusciti ad avvicinarci al distributore dei biglietti per cui, noi italiani, stavamo viaggiando a Lisbona da "portoghesi". Ero sulle spine, già mi vedevo alle prese con un controllore che non poteva capire i miei farfugliamenti e che mi richiedeva i documenti, immaginavo la meschina figura che avremo fatto come individui e come italiani all'estero, immaginavo la salata multa che ci avrebbero fatta pagare. Queste riflessioni le facevo con Amalia ad alta voce, in italiano, quando si avvicina....siiii, proprio lui, un signore in divisa del CARRIS (l'Azienda dei Trasporti) che si rivolge a noi in portoghese. Mi dico " Ecco fatta la frittata", mi accingo a cospargermi il capo di cenere e a implorare la clemenza della corte, quando, con non poca difficoltà, lui, che ci aveva visti sin dalla nostra salita sul tram, dice di aver capito che siamo italiani, dice che lui è un "chef" dei trasporti e che noi dobbiamo stare attenti ai borsaioli che su quella linea, il 15, sono una piaga, mima come dobbiamo tenerci strette borse e quantaltro e non si sogna di chiederci del biglietto. Beh, se questo non è trattar bene.... PS: Alcune ore più tardi mentre, sulla via del ritorno in barca, attraversiamo una strada, un'auto si ferma per farci passare, al volante indovinate chi c'è, ma sì, ancora lui, il nostro angelo controllore che si sbraccia in cenni di saluto, Lisbona è proprio piccola e i portoghesi sono veramente cortesi e simpatici.
26/5/2004
Santiago de Compostela
Programmata una "gita" in pullman a Santiago
de Compostela, amena località di grande interesse storico e artistico, meta
di pellegrinaggi fin dall'antichità.
25/5/2004
email da Ulyxes4
Abbiamo lasciato Lisbona. La discesa del Tago non è stata emozionante come la risalita solo perchè mancava la novità dell'evento, i panorami li avevamo già visti una settimana prima circa, erano quindi ancora freschi nella mente e non potevano colpire tanto come la prima volta e allora preferisco parlare della risalita che è durata solo poche ore ma che ore! Innanzi tutto devo dire che eravamo a Cascais e io ancora ero indeciso se risalire o no. Il portolano era abbastanza allarmante circa le correnti e i bassifondali; un inglese di nome Roger, incontrato a Gibilterra, mi disse che lui non aveva voluto risalire perchè aveva valutato la cosa un pò difficile. Nel tentativo di rassicurarmi ho deciso di parlare della possibile risalita con il personale del marina di Cascais e la risposta, lapidaria, è stata: "It's not for all", che, interpretato e tradotto in italico, suona pressapoco così: " lascia perdere, non è per te". La cosa da non trascurare è che io sono un modestissimo navigante mediterraneo e le maree, le correnti, la navigazione negli estuari li conosco solo per sentito dire. Ce n'era abbastanza per rinunciare. Però è da sempre che io voglio andare a Lisbona, non so dire precisamente perchè, ma il fascino dei "Descubritores" portoghesi, Enrico il Navigatore, la grande e terribile epopea coloniale, e, per venire ad oggi, il fado e Amalia Rodriguez, erano tutti dei buoni motivi per non perdere l'occasione. Studio parola per parola le istruzioni del portolano, consulto le tavole di marea, pianifico in anticipo sulla carta tutti i movimenti e alle 13:30 lasciamo Cascais per trovarci alla bocca del Tago esattamente quando la marea cominciava a salire e la corrente porta "dentro". Che cosa mi si agitava dentro in quei momenti è facilmente intuibile, ansia, preoccupazione per la responsabilità che mi ero assunto nei confronti di Amalia e della barca, paura di aver sottovalutato le difficoltà, o di aver sbagliato qualcosa. A me è sempre accaduto che, nell'apprendere una procedimento o una materia nuova, la vera difficoltà non era capire gli elementi uno ad uno, sui libri essi sono in genere descritti anche troppo in dettaglio; no, il vero cimento era nel capire quale degli elementi era importante e quale lo era di meno. Quando li si legge su un libro sono tutti scritti con i medesimi caratteri, sembrano tutti su uno stesso livello di importanza e di difficoltà. La ver ...[???]... a consiste proprio nel sapere dire che cosa è importante, che cosa lo è meno e che cosa non lo è per niente. Questa sapienza nasce dallo studio e dalla, essenziale, pratica; il primo lo si fa sui libri ma la seconda no, non può essere trasmessa in alcun modo, bisogna viverla. Certo, se la si vive con qualcuno esperto a fianco si rischia di meno e si evitano gli errori più comuni, ma non era il mio caso. Io ero solo con le mie letture e le mie tavole di marea e ... tanta voglia di provarci. Così eccoci a percorrere le circa dieci miglia che ci separano dall'ingresso del fiume, ingresso che, nenche a dirlo, è segnato da due forti, sulla sinistra Forte Sao Joao, e a destra forte Bugio. Bisogna fare rotta per 110° da Cascais e questa ci porterà a metà strada sulla congiungente i due forti. Il panorama di Cascais e dell'area adiacente è carino ma niente di eccezionale, sono zone di alto sviluppo turistico cresciute su un tessuto più antico, quello sì molto bello, vedeste l'architettura di Cascais, piena di riminiscenze mitteleuropee e di colore portoghese. A proposito di colore ancora non vi ho ancora parlato dell'"azul" (azzurro); è il colore principe nelle costruzioni urbane tradizionali portoghesi, è un bellissimo punto d'azzurro che viene usato per sottolineare particolari architettonici quali riquadri delle imposte, balconcini(tutti in ferro battuto, deliziosi),spigoli delle costruzioni ecc. Esiste poi un particolare elemento decorativo, l' "azulejo", che, a dirla in parole povere, è un dipinto realizzato su mattonelle che vengono murate sulle facciate o intorno a particolari delle costruzioni. Quindi gli artisti, è sì perchè a volte si tratta veramente di arte, disegnavano le mattonelle una per una, con tratto azzurro su fondo bianco; queste mattonelle venivano naturalmente cotte al forno e poi risistemate sul muro come un grande "puzzle" antelitteram. In questo modo hanno potuto rappresentare scene dalle più minute che appunto si possono trovare nelle abitazioni private, fino a quelle di carattere manieristico ...[???]... chiese, fontane e palazzi pubblici, un trionfo di dettagli, vesti sontuose, scene di vita pubblica o piccole immagini di devozione che meriterebbero, da soli, un'attenzione esclusiva. Le dieci miglia fino alla congiungente si consumano rapidamente, il vento nel frattempo si è rimesso da Nord intorno ai 20 nodi ( che poi arriveranno quasi a 30!) Forte Sao Joao si avvicina, è una struttura militare arcigna e scura che, insieme all'altro forte, doveva assicurare un caldo benvenuto a navi nemiche che avessero tentato di giungere fino a Lisbona. La giornata è molto bella con una leggera foschia, Forte Bugio è però già visibile; da dietro Sao Joao spunta un'altra barca a vela, è francese, lei sfrutta l'ultimo periodo di corrente discendente per lasciare Lisbona, fa quindi la rotta contraria alla nostra. La mezzeria della congiungente i forti si avvicina, intravvedo delle boe sulla destra, devono essere quelle che delimitano i bassi fondali, caspita quanto sono al largo, dalla carta non traevo la stessa impressione, sembravano più vicine alla riva; questo significa che le secche si estendono pericolosamente verso il centro del fiume. Scrutiamo sulla sinistra, una segnalazione ci darà l'allineamento da seguire, la foschia non ci aiuta, le costruzioni sulla costa sono tante, la "Water tower" (torre piezometrica) di Gibalta non si distingue. Raggiunta la mezzeria viro comunque a sinistra per 047°. Dalla mia esperienza di volo un insegnamento non posso dimenticare: quando hai raggiunto il punto previsto di virata vira! se non ricosci il punto a vista vira lo stesso! se la pianificazione è ben fatta non puoi sbagliare di tanto, è molto facile che un'area sconosciuta sia difficile da riconoscere, dato che non sai che aspetto avrà il particolare che vai cercando. Con un tantino di apprensione proseguo sulla rotta pianificata, una delle boe avvistate precedentemente mi da acqua libera proprio nella zona dove ci troviamo noi, bene, è una conferma che la rotta è corretta, poi, all'improvviso, come per miracolo, la segnalazione di Gibalta si palesa davanti a noi con la sua lucetta lampeggiante rossa e l'altra luce rossa sullo sfondo, allineata con la prima, ci dice che siamo perfettamente in rotta per evitare ...[???]... tempo, assorbiti dall'osservazione della costa alla ricerca dei segnali, non ci eravamo quasi accorti che stavamo entrando nel fiume. Che spettacolo! le rive sono collinari verdi e molto boscose il fiume è larghissimo, l'acqua è naturalmente limacciosa, sulla riva sinistra per chi entra, quella più abitata e dove sorge anche Lisbona, è un succedersi di belle case e costruzioni immerse nel verde, sulla riva destra pochi insediamenti urbani e qualche struttura industriale. Sullo sfondo, in direzione di Lisbona, che ancora non si vede, si erge, maestoso e impressionante per le dimensioni e le linee svelte, il ponte "25 do April", due enormi pilastri e una campata attraverso la quale poteva passare tranquillamente la Queen Mary; è un'opera gigantesca che si rivelerà in tutta la sua ciclopicità passandoci sotto con la barca ( e io che ingenuamente avevo chiesto se avrei avuto problemi col mio albero alto 15 metri, mi hanno guardato con compassione). L'allineamento di Gibalta ci porta per mano fino all'area dove un'ultima boa segnala la fine dei bassi fondali. Lì iniziamo la risalita vera e propria, il fiume è molto profondo e la navigazione è sicura. Noi ci teniamo vicini alla riva sinistra e e Amalia mi parla della Torre di Belem che lei visitò dieci anni fa, però non si ricorda bene dove sia, e poi la prospettiva di chi entra a Lisbona in barca a vela è molto particolare. Ma ecco che comincia a biancheggiare una costruzione decisamente fuori dall'ordinario, merli, torri, e, avvicinandoci, particolari architettonici e decorativi un pò bizzarri, forse un pò arabeggianti, quasi dei merletti, poi leggerò che si tratta di un luminoso esempio di architettura manuelina. E' la torre di Belem, uno dei monumenti più famosi di Lisbona e sicuramente merita la sua fama. Poco oltre si erge il grande monumento in marmo ai "Descubritores" portoghesi, una caravella stilizzata che porta uno stuolo di personaggi che simboleggiano appunto l'epoca delle grandi scoperte geografiche( e commerciali sopratutto!) portoghesi. In posizione pre a l'onnipresente "Infante Dom Enrique", che per noi è semplicemente Enrico il Navigatore e, a seguire, una folla di soldati, funzionari, prelati in pose eroicheggianti, con larga presenza di stendardi e simboli religiosi ( potessero parlare tutti quei nativi delle regioni scoperte ai quali l'ostia fu fatta ingurgitare a suon di randellate!). Scopriremo poi che nel piazzale posto davanti al monumento è stata sistemata una grandissima rosa dei venti, offerta dal Sud Africa in segno di riconoscimento per la parte avuta dai portoghesi nel raggiungere il Capo di Buona Speranza; è talmente grande che la si può cogliere nella sua interezza solo salendo in cima al monumento. Ci avviciniamo al grande ponte, è immane, intimidisce, meraviglia e...assorda; il rumore generato dal passaggio dei mezzi di trasporto è simile al ronzio di miliardi e miliardi di api, un ronzio catastrofico. Inizialmente neppure ci si fa caso poi, avvicinandosi, ci si chiede che cosa sia quel rumore indistinto ma reale; passando sotto il ponte ci si chiede come sia possibile vivere nelle sue vicinanze, è roba da infrangere i nervi più robusti. Nel frattempo è apparsa Lisbona, adagiata sulle colline, il panorama è molto dolce e non riesco a non cadere nella più scontata delle fantasie, guardo quel panorama e cerco di immaginare i pensieri e le emozioni dello stuolo di uomini che da queste rive sono partiti, stipati come sardine in navi che sono grandi e maestose solo nella nostra fantasia, alla ricerca di oro, fama e ricchezza. I grandi, i Vasco de Gama per dirne uno, sono famosi, ma la massa, gli equipaggi, i soldati, sono per noi una massa indistinta. Ma erano uomini singoli, individui; lasciavano la loro casa, i loro cari, mogli, fidanzate, figli, genitori, amici, nella speranza di tornare carichi delle ricchezze che i miti del tempo facevano balenare davanti alle loro avide immaginazioni. Con quali paure, anche le più inimmaginabili oggi, lasciavano la sicurezza della loro patria per navigare in acque sconosciute piene di mostri marini, senza ca fidati esclusivamente alle capacità, oggi quasi misteriose, dei loro comandanti. La storia non ci ha conservato queste informazioni. Ora il fiume è frequentato da marinai, ben più comodi e fortunati, come noi ad esempio, o come quei due che a bordo di una pilotina con su scritto "Tejo pilot" si avvicinano con decisione ad Ulyxes e che, arrivati a portata di voce, dicono qualcosa che non capiamo ma che ci allarma, e se avessimo infranto qualche regola sconosciuta? e se stessimo combinandone qualcuna storica? ho un momento di incertezza, fermo la barca, li guardo con aria interrogativa e loro, compresa la situazione, con grandi sorrisi ci tranquilizzano " solamente para complimentar". Non ho indagato ulteriormente se i complimenti erano per la barca, o per la bandiera poco comune, o per l'equipaggio o la parte femminile di esso, ma ero molto felice dell'accoglienza. Intanto Ulyxes continuava a risalire il vecchio fiume, restava solo da individuare il nostro ormeggio, già erano passati alcuni approdi il cui ingresso si apriva direttamente sul fiume. Superate alcune grandi navi ormeggiate alle banchine, viriamo intorno alla testata di una di queste e dietro troviamo l'ingresso del Doqe de Alcàntara (l'accento è lì di proposito, ho scoperto che noi in italiano sbagliamo la posizione dell'accento tonico), ormeggiamo all'interno dopo esser passati a fianco di una autentica meraviglia, una vera fregata a vela della Marina Portoghese armata di veri cannoni ad avancarica, costruita naturalmente in legno e con la carena fasciata di rame. Siamo a Lisbona e ho il cuore che mi batte per l'emozione.
24/5/2004 ore 20:00
Capo Finisterre
Continua la navigazione verso CAMARIÑAS dove contano di arrivare nelle prima ore di domani mattina. Attualmente a poche miglia da Capo Finisterre (in foto). Il vento si è calmato e la navigazione prosegue a motore. Gli fa compagnia sulla Ulyxes4 un piccione che, stremato, si lascia scorrazzare senza ritegno....
13/5/2004
email da Ulyxes4
Noi parliamo sempre della barca, dei luoghi che con essa raggiungiamo, ma, a ben guardare, come si svolgano le giornate a bordo e di come effettivamente si realizzi lo spostamento da un porto ad un altro è in genere lasciato in secondo piano; ciascuno, nel leggere, si farà una sua idea generica di una barca a vela, del mare, del vento ma, necessariamente, non potrà mettere a fuoco alcun dettaglio di questa vita. Noi abbiamo fatto, alcuni giorni fa, la navigazione da Sines a Cascais che si è esaurita nell'arco di una giornata, quindi una navigazione breve, ma significativa ed esemplare di tante altre navigazioni; ecco quindi l'idea: salite con noi a bordo di Ulyxes, e insieme facciamo queste 15 ore di navigazione in Atlantico seguendo le note del giornale di bordo, e niente paura, se a qualcuno venisse il mal di mare può scendere a richiesta. Maggio 09\2004, il mio sonno si interrompe alle quattro circa mentre siamo all'ormeggio nel porto di Sines sulla costa occidentale del Portogallo, dove ci eravamo rifugiati per il forte vento due giorni fa; ieri avevamo deciso di partire, se il vento da nord avesse mollato un pò, nella giornata di oggi, per raggiungere Cascais, nei paraggi di Lisbona; mi sveglio semplicemente perchè il vento... non c'è, infatti ha smesso di rumoreggiare e sibilare tra il sartiame, lo specchio d'acqua davanti ad Ulyxes è finalmente liscio e la barca non ha il benchè minimo movimento; questa calma e questo silenzio sono, a modo loro, tanto ....rumorosi da svegliarmi; scuoto gentilmente Amalia per proporle la partenza immediata, l'idea non viene accolta con l'entusiasmo che merita, anche perchè il ricordo dello sballottamento del trasferimento precedente è ancora molto vivo. Desisto e mi riaddormento fino alle sette, a quel punto non ce la faccio più, vedo che la calma di vento persiste, so ormai per esperienza che non durerà e poi si rimetterà forte il vento da nord per cui sveglio Amalia, sempre gentilmente ma con decisione stavolta e, rapidamente, si fa colazione; tè, fette biscottate con marmellata, biscotti, caffè e una mela; mentre io vado alla "Recepçao" per saldare il conto e salutare, Amalia rigoverna. Torno e provvediamo a liberare la barca da tutti gli ormeggi apprestati precedentemente, lasciamo solo il doppino a prua e a poppa; Amalia molla a prua al comando, io libero a poppa, dò macchina avanti e la barca scivola fuori dall'ormeggio con delicatezza su un mare liscio come l'olio che riflette l'abitato di Sines, la sua bellissima spiaggia e i mille colori dei pescherecci piccoli e grandi ormeggiati sul lato opposto dell'insenatura. Usciamo dal porto facendo attenzione ai galleggianti delle nasse e dei palamiti che qui sono una vera piaga, sono dappertutto, male o punto segnalati. Appena fuori dal porto impostiamo la prua su 315° che ci porterà a doppiare Capo Espichel, il vento si mantiene calmo e procediamo a motore ad andatura economica, sui 4 nodi rilevati al GPS; finalmente ieri sono riuscito a sistemare il solcometro e ho l'indicazione di velocità rispetto all'acqua, 3.5 nodi, la differenza l'attribuisco ad un pò di corrente a favore; nel corso della navigazione ho invece modo di appurare che il solcometro effettivamente segna una velocità inferiore a quella reale, dovrò calibrarlo, anche questo va nella lista delle cose da fare! Sto al timone e mantengo la rotta meglio che posso, noi non abbiamo un autopilota elettronico a bordo e Scipio, il timone a vento, in assenza dello stesso si rifiuta naturalmente di collaborare. Ogni tanto Amalia mi da il cambio e io ne approgrotto per rilevare la posizione al GPS e riportare il punto sulla carta, controllo la rotta, imposto piccole correzioni e aggiorno la stima dell'orario di arrivo a Cascais, se continua così alle 18 saremo in porto; però non lo dico ad Amalia per non illuderla, il vento da queste parti è capriccioso e sempre bastian contrario, so che può arrivare da un momento all'altro e allora addio arrivo con la luce del giorno; se arriveremo di notte è probabile che dobbiamo stare fuori dal porto fino all'alba perchè io non amo entrare di notte in un porto nuovo, lo faccio solo se sono completamente padrone della situazione, come è già accaduto a Gibilterra, dove conoscevo il porto a menadito. Filo la traina con Giosuè, il nostro Rapala killer, che però oggi farà cilecca, non era evidentemente in grande forma. Sssssh ....zitti, zitti, sono le 11 circa e arriva un venticello da Ovest Nord Ovest prima Forza 2 che poi passa a 3, insomma una decina di nodi che ci permettono di svolgere tutto il fiocco che, cazzato a ferro, ovvero reso quanto più possibile piatto e teso, ci dà una gran mano ad aumentare la velocità che, col motore a basso numero di giri, è spesso sopra i sei nodi; è un bellissimo andare, inoltre l'arrivo del vento mi permette di scatenare le smanie di Scipio che comincia a prendersi cura della condotta della barca e permette a me di lasciare il timone; i puristi si chiederanno perchè non andassimo solo a vela utilizzando anche la randa e bolinando sui bordi; beh, anche a me il rumore del motore non piace, mentre ho piacere nel sentire lo sciabordio dell'acqua contro lo scafo e il fruscio del vento sulle vele, però" a la guerre comme a la guerre", se un pò di motore mi può permettere di arrivare con la luce in porto, mentre andando solo a vento i tempi si allungano troppo e mi ...[???]...poi a stare tutta la notte in panna, in una zona frequentatissima da navi commerciali e pescherecci come l'estuario del Tago, allora non ho dubbi, sacrifichiamo un pò di gasolio, ne guadagnamo in sicurezza e arriviamo prima, tra l'altro in questa costa la sventolata da nord è sempre in agguato e allungare i tempi aumenta la possibilità di buscarne una ed essere ricacciati indietro perdendo miglia su miglia. Mentre procediamo la terra lasciata di poppa si fa sempre più indistinta, solo alcune ciminiere, altissime, a sud di Sines, si mostrano come spilli puntati in cielo; a prua invece comincia ad intravedersi Capo Espichel, un nome che mi è già familiare, tante volte l'ho letto sulle carte quando, in passato, fantasticavo sulle mie navigazioni future ed esso si poneva davanti a me in ogni possibile rotta verso in Nord. Ora lo intravedo nella foschia. Come sarà? mi chiedo. Sarà bello, sarà così così? e sì perchè c'è capo e capo, vedremo. Intanto la rotta vera, per poter far portare il fiocco si è stabilizzata intorno a 325-330°, troppo per poter doppiare il capo, ci sarà quindi da fare un bordo per guadagnare un pò di sopravento, bordo che, a conti fatti sarà intorno ai 270°, mentre la mia rotta dovrebbe essere di 315°, cercherò di stare sul bordo solo per il tempo strettamente necessario, ogni minuto in più su di esso sarà un minuto sprecato. Capo Espichel si avvicina, è imponente e aspro, con il faro in bella evidenza contro il cielo ancora azzurro; sono circa le 12 e Amalia porta in pozzetto qualcosa da mangiare, pane e acciughe per lei, un poco di riso bollito e scondito per me( può sembrare un cibo poco invitante, ma io, in navigazione, lo adoro, lo trovo saporito e facile da mangiare; il cibo quando navigo è per me l'ultimo dei pensieri, deve veramente solo sostentarmi, non cerco mai gusti particolari o piatti complicati). Intanto certe nubi stratificate che erano prima lontane a nord, si avvicinano, la visibilità prima eccellente, comincia a diminuire, Capo Espichel, malgrado sia più vicino, si vede con minor chiarezza, ho giusto il tempo di dire: -mi sa che è meglio mettere la cerata-, scendere in plancia, indossarla e tornare fuori, che una sottile pioggerella stile londinese, viene giù a bagnare tutto, ma con gentilezza, quasi in punta di piedi. La temperatura si fa più bassa, già che in queste zone ancora di caldo non se ne è visto per niente, Amalia indossa i guanti polari(!) e si incantuccia contro il ...[???]...i avvicina e metto a riposo Scipio, lui è sì infaticabile e non chiede nè pane nè acqua, però, per sua natura, porta la barca con un certo serpeggiamento, cioè non è capace di andare perfettamente dritto, ma va sempre un pò da un lato e un pò dall'altro della rotta prescelta; questo fa sì che noi si scarrocci sempre di più sottovento; quindi per non perdere troppo cammino prendo il timone e bolino con la massima precisione che mi è possibile. In questa zona c'è un pericolo costante: le spadare. Sono attrezzi da pesca lunghissimi, contrassegnati da bandiere e sostenuti da galleggianti, a volte, tra una bandiera e l'altra ci sono svariate centinaia di metri; il cavo che le unisce se finisse sull'elica creerebbe un vero disastro, ecco perchè è necessario scrutare incessantemente la superficie del mare, non appena si vede una bandiera, si guarda sopravento alla ricerca di quelle precedenti, in modo da farsi subito un'idea della sua posizione e assumere una rotta parallela finchè anche l'ultima bandiera non venga lasciata di poppa, solo allora si può tornare sulla propria rotta; che dire per le navigazioni notturne? quante volte saremo passati accanto o attraverso una spadare senza rendercene conto? Meglio non pensarci! Fatto il primo bordo per 270° rientro verso il capo che adesso si avvicina e si mostra in tutta la sua orrida bellezza, è uno lungo spuntone calcareo alla cui base c'è una successione ininterrotta di grandi grotte buie, la cresta dello spuntone è però abbastanza regolare e coperta di vegetazione. Con questo bordo ci avviciniamo a poche centinaia di metri, dopo un'attento esame della carta nautica per scoprire evntuali secche o scogli affioranti: non ce ne sono. Altro piccolo bordo per 270° di un ventina di minuti, poi di nuovo a dritta per 325°, questa volta, e sono circa le 16:00, passiamo il capo di stretta misura, con una bolina di precisione degna di Luna Rossa( beh mi piace esagerare a volte!), e finalmente ne vediamo l'altra faccia. E' un'incredibile costone dove sono disegnati con grande nitidezza strati di calcare che costituiscono la struttura geomorfologica del Capo, chilometri di costa con tutte queste strisce inclinate di circa 45 gradi sull'orizzontale; l'erosione marina ha lavorato alla base facendo crollare delle parti e così ha messo a nudo le superfici lucide e liscie degli strati. Mi è venuto da pensare che se ci si ponesse alla sommità, ci si potrebbe sedere e lasciarsi scivolare arrivando al mare senza il minimo scossone come lungo una discesa innevata. Oltre il capo si comincia a vedere la costa che con un'ampia insenatura porta prima alle bocca del Tago, il fiume su cui nasce Lisbona, e poi a Cascais; anche qui è bolina corretta, cioè col motore ad assistere, perchè il vento è ancora debole e viene proprio dalla direzione dove noi vorremo andare, lo stimato d'arrivo è intorno alle 23 e io sono ancora incerto se entrare o no in porto, ne parlo con Amalia e decidiamo di comune accordo di rimandare la decisione a quando saremo prossimi all'arrivo, se ci! sentiremo in sicurezza procederemo all'ormeggio, altrimenti staremo in panna fuori dal porto fino al mattino (una prospettiva poco allettante comunque la si metta). Intanto che procediamo lungo la costa stringendo al massimo l'angolo col vento entriamo in un'area della baia dove possiamo osservare uno spettacolo mai visto prima da noi, migliaia e migliaia di uccelli marini di varie specie, ne ho distinto almeno tre anche se, purtroppo, ancora non sono capace di distinguerle; questi volatili coprono letteralmente la superficie del mare galleggiando come papere, mentre tanti altri fanno il loro mestiere e volano come si conviene agli uccelli, fiondandosi poi sull'acqua per cogliere di sorpresa i pesci che, evidentemente stavano nell'area in grande numero; non si allarmano più di tanto al nostro arrivo, si scansano del tanto strettamente necessario per levarsi dalla rotta della barca e continuano inperterriti nelle loro attività. Io tengo d'occhio speranzoso la traina, si dice! che dove c'è mangianza di piccoli pesci ci siano anche i predatori ch endo passare il rapala in mezzo alle sardine vere magari.....speranza vana, oggi è destino che non si mangerà pesce fresco. La giornata va verso le ore serali e ancora siamo lontani da Cascais, continuo a carteggiare con precisione e accendo il radar, finchè ci si vede ancora voglio confermare gli echi radar della costa con ciò che osservo a vista, non si sa mai, prendere un granchio in acque sconosciute e a meno di un miglio dalla costa sarebbe al minimo imbarazzante, mentre non c'è limite al possibile disastro che potrei provocare. Siamo nelle vicinanze di aree ad alto traffico regolamentato e tra poco inizieranno le barre fluviali con i loro bassifondi. Amalia è abbarbicata alla ruota da un pezzo, il suo delicato compito è quello di non distrarsi e di mantenere il valore di prua che io determino al tavolo di navigazione. Ormai la sera ha cancellato ogni possibilità di riconoscere la costa a vista, si possono solo vedere tante luci scintillanti lungo l'intera baia; si rico! nosce, guardando all'indietro, il lampeggiare del faro di Capo Espichel, un lampo bianco luminosissimo ogni 4 secondi, ma poi è un mare di luci indistinte; ad un certo punto, sulle sei miglia di distanza, a dritta, si delinea sullo schermo la bocca del Tago, l'immagine radar è molto diversa da quella reale ma, con un pò di esercizio si riesce a stabilire le corrispondenze con la carta nautica; un'eco molto ben distinta si para all'uscita del fiume sulla nostra rotta, a vista non si distingue un bel niente, la distanza diminuisce ma non si riesce a vedere alcunchè, so per certo che c'è una nave ma dov'è questa benedetta? ad un certo punto, come per incanto la vedo, o, meglio, vedo quella che potrei definire con un nonsense la sua ombra notturna. Cosa succede? succede che la nave, un mercantile, le cui patetiche luci di via niente possono contro il mare di luci terrestri dello sfondo, è una grande massa opaca che oblitera le luci retrostanti e, incredibilmente, la sagoma della nave si delinea perfettamente come una forma nera contro lo sfavillio ...[???]... per levarci dalle vicinanze e, capito il trucco, diventa agevole individuare altre due navi che seguono a poca distanza (sono così ravvicinate perchè è il momento in cui la marea è propizia all'uscita dal fiume). Nel frattempo siamo impegnati nel cercare di riconoscere il nostro porto di Cascais, sul radar la forma della baia è chiaramente riconoscibile, però ho il piccolo problema che la carta nautica, pubblicata alcuni anni fa, non riporta il porto, ho solo potuto tracciare a matita la forma approssimativa del molo di sovraflutto, ricavata da un'altra pubblicazione nautica. Però un faro, quello di S.Marta, posto immediatamente a sinistra del porto, si fa riconoscere molto prima di quanto pensassi, nel nostro settore mostra un lampo rosso ogni sei secondi; dopo poco sul radar si delinea una forma così rettilinea che, secondo me, non può che essere il molo di sovraflutto di Cascais. Prepariamo i nostri due fortissimi fari da alcuni milioni di candele, aguzziamo lo sguardo c! ome faine, ogni tanto una luce rossa, magari la luce degli stop di un'auto, ci fa pensare che siamo riusciti ad individuare il fanale sinistro dell'ingresso in porto, invece sono solo illusioni ottiche. Poi, finalmente, individuiamo il nostro segnale rosso lampeggiante, è Cascais; ora dobbiamo solamente individuare il fanale verde, capire quindi come sia disposta la bocca del porto ed entrare. Purtroppo l'ecoscandaglio non funziona e, man mano che ci avviciniamo a terra, questa avaria diventa sempre più fonte di ansia, se conoscessi la profondità del fondale sarei tanto più tranquillo, comunque la carta nautica mi assicura che siamo in tutta sicurezza e quindi procediamo verso terra. Quando la luce rossa lampeggiante si fa più vicina e la situazione sembra tranquilla, all'improvviso, appare un'altra luce rossa lampeggiante, ohibò, e questo cosa significa? in un mondo notturno fatto solo di luci, un'ambiguità come questa ti butta di colpo nell'incertezza più profonda, quale delle due è all'estremità del molo di sovraflutto di Cascais, che cosa c'e' tra le due luci? acqua o solita TERRA o solido CEMENTO? non si vede, ma non bisogna sbagliare, l'istinto mi guida a far rotta intorno alla seconda luce lampeggiante e, ancora all'improvviso, appare l'agognata luce verde che contrassegna il molo di destra, ora la bocca del porto è inequivocabile, procediamo col cuore leggero e ormeggiamo al molo di attesa con un grande senso di soddisfazione per una cosa ben riuscita, speriamo che vada sempre così. PS) quando, il giorno dopo, abbiamo lasciato Cascais per risalire il Tago, mi sono rallegrato per aver preso la giusta decisione la sera prima: la zona di mare compresa tra le due luci rosse lampeggianti è costellata di scogli affioranti!!!
10/5/2004 ore 19:00
Giunti a Lisbona
In serata Ulyxes4, dopo aver risalito l'estuario del fiume Tago, è giunta nel porto di Lisbona, in prossimità del Ponte 25 April.
7/5/2004 ore 22:00
SINES
Appena attraccato nel porto di Sines, dove si sono rifugiati a causa del maltempo che impediva di proseguire la navigazione.
3/5/2004
email da Ulyxes4
Abbiamo ieri avuto una bellissima sorpresa (che poi tanto sorpresa non è visto che ce lo eravamo promesso da mesi), sono arrivati a Portimao Costantino e Teresa sul loro camper. Tanti amici li conoscono già per cui non faccio presentazioni; arrivavano da Nizza, senza fermate che non fossero quelle notturne per dormire, un tour de force. Naturalmente il giorno dell'arrivo è stato dedicato alla reciproca compagnia e...alla crapula; infatti le nostre cambuse sono ancora ben fornite di prodotti nostrani per permetterci di festeggiare degnamente l'incontro (c'era anche "casu marzu", grazie Lello!). Domenica 3 maggio, progrottando della disponibilità del camper siamo andati a visitare Faro, la capitale dell'Algarve, sotto una pioggerella che faceva tanto Old England; un'oretta di guida sulla strada statale 125, in mezzo ad una campagna che in certi punti, potenza evocativa dei numeri, sembrava proprio la campagna sarda, con le ginestre in fiore, gli ulivi, i vigneti , gli agrumeti e le zone incolte coperte di erbe e arbusti dall'aspetto tanto familiare. Arriviamo a Faro per scoprire che non c'è alcun.... faro, mi son chiesto il perchè del nome ma la mia curiosità è per ora senza risposta; a una cosa che mi aspettavo di vedere e non ho visto però ha fatto da compenso una cosa che non mi aspettavo e che invece ho visto in quantità, un pennuto di dimensioni spettacolari che conoscevo solo per certe buffe storie che ci raccontavano da bambini: le cicogne. Il primo nido l'abbiamo scoperto per caso, sembrava un grande cesto posato sulla sommità di un'alta colonna; aguzzando lo sguardo si è intravista la rotondità del cranio del volatile accovacciato dentro e abbiamo capito trattarsi appunto del un nido di una cicogna; poi guardando intorno, abbiamo visto molti altri grandi nidi, tutti posati sulla parte più alta dei vecchi edifici; sul frontale di un'antica chiesa ce ne erano addirittura due, uno per lato della croce centrale; una cicogna era all'impiedi, di fianco al suo nido, e devo dire che è proprio un uccello enorme, so tà, sembrava un frate nel suo saio. Io non so nulla delle cicogne, ma ho fantasticato per un pò sulla possibile vita di questi grandi volatori che, da veri intenditori, scelgono come loro abitazione solo edifici antichi e solenni, costruiscono il loro nido con rami e stoppie così abilmente aggiustati che, malgrado l'apparente casualità della loro disposizione, sono in grado di resistere ai venti che in questa regione imperversano con violenza nel periodo invernale (e che non scherzano nemmeno in primavera, posso assicurarvelo). Ho immaginato che la stessa cicogna torni, anno dopo anno, allo stesso nido per deporre e covare le sue uova e, forse, quando essa diventa vecchia e la sua ultima migrazione si è compiuta, una delle piccole cicogne che sono nate in quel nido lo faccia suo, e lo adoperi a sua volta per covare le sue proprie uova e vi faccia nascere i propri figli. Così magari, ad una città di mattoni, edificata dagli uomini nel corso dei secoli, dove i figli succedono ai genitori nella casa di famiglia, potrebbe corrispondere, in una simmetria surreale, una città aerea, costruita da grandi uccelli, dove ancora i figli succedono ai genitori secondo un ritmo che è quello eterno della vita.
2/5/2004
email da Ulyxes4
Siamo così arrivati a Portimao, nel Portogallo, dopo due giorni di navigazione che ci hanno finalmente permesso di lasciare il Mediterraneo e di entrare nell'Oceano Atlantico. Com'è navigare in Oceano piuttosto che nel Mare Nostrum? bah, come è facile immaginare, è più o meno la stessa cosa, nel senso che niente è completamente diverso; si, è vero che in Oceano la forma e, sopratutto, la spaziatura fra le onde è differente, il Mediterraneo è caratterizzato da un'onda corta che, a parità di altre condizioni può essere più fastidiosa; è vero che l'Oceano presenta un'onda lunga quasi permanente, che proviene da lontane burrasche e che può avere percorso grandi distanze per arrivare fino a noi, ma in fondo, non credo che la grande differenza vada cercata nel modo di navigare sulla superficie di questi grandi corpi di acqua salata. Dal mio punto di vista l'enorme differenza è a livello psicologico, è nel modo di porsi dello spirito nei loro confronti; finchè si naviga in Mediterraneo, che può essere difficile e crudele quanto l'Atlantico, ci si sente in qualche modo protetti; concordo se si dice che è una sensazione di falsa sicurezza, però il fatto che ci siano sponde a distanze non eccessive in ogni direzione è capace di generare un senso di "contenimento", la terribile infinitezza del mare in Mediterraneo non è così terribile come invece accade con l'Oceano. Attraversando lo Stretto di Gibilterra si naviga tra due sponde che in un tratto sono molto vicine; si vedono benissimo, contemporaneamente, la Spagna e il Marocco; l'Europa e l'Africa quasi si toccano. Poi, fatte alcune miglia lungo la costa della Spagna, si vede la costa africana farsi man mano più lontana, confusa e, dopo poche ore non la si vede più; dove prima si poteva volgere lo sguardo e vedere l'amica Terra non c'è che acqua, onde e blu, allora uno prova a seguire il suo sguardo che si spinge con la fantasia oltre il visibile, e questo inseguimento lunghissimo lo porta verso la fine dell'Oceano che è in....Antartide. L'orrido del vuoto è proprio in qu.....[???]...ve c'è di nuovo terra, beh è talmente lontana, talmente ostile, che saper che c'è una fine non porta alcun sollievo, l'Oceano sembra veramente infinito e incontenibile e la dimensione nostra, della nostra barchetta, del nostro vivere spicciolo pare veramente insignificante. A porre un elemento consolatorio a questi pensieri un pò angosciosi ci si è messo un ....rapala, sapete uno di quei pescetti finti attrezzati di vari ami, che si trainano legati ad una bella lenza robusta; questo rapala, regalo di un caro amico, è un vero sterminatore di pesci, in capo a poche ore ha catturato un tonnetto e una palamita di peso veramente rispettabile; a quel punto tra sfilettamenti, assaggio di tranci alla piastra e un sorso di vino lo sguardo si è accorciato, è tornato nei limiti soliti, l'Antartide si è allontanata dai pensieri e la barca è tornata ad essere il solito mondo rassicurante e caldo di sempre e noi abbiamo continuato la nostra navigazione che ci ha portato nell'Algarve. Veniamo allora a questo Portogallo che stiamo vedendo da Portimao; ha due facce totalmente diverse; il marina dove noi stiamo e l'annesso centro turistico di Praia da Rocha sono quanto di più smaccato ci sia nel campo dell'industria del divertimento, non voglio dire che siano brutti, anzi, sono sicuramente molto ben realizzati e organizzati, ma sono funzionali allo spasso di massa e un pò becero dell'estate, con le tante vetrine di chincaglierie turistiche, i tanti negozi con articoli da mare, l'infinità di ristoranti, bar e pizzerie. A questa faccia consumistica e, sicuramente, redditizia, fa da contraltare la vecchia Portimao, dove il Portogallo tradizionale viene fuori con evidenza; è un Portogallo di casette tutte basse, in genere bianche con fregi e spigoli colorati di azzurro, strade strette e tortuose, piccoli negozi e, addirittura, piccoli baretti un pò bui dove ai tavolini gruppi di uomini giocano a carte; in alcuni particolari ricorda panorami ben conosciuti nei nos! tri paesi della Sardegna, nei portoncini d'ingresso in alluminio anodi a costruzione alla quale il geometra del posto, con velleità da architetto, ha voluto dare un tono moderno, e che invece appare come un'accozzaglia naive di dettagli più o meno moderni, in un disegno schematico e in stridente contrasto con le case vecchie vicine. Però devo dire che, forse perchè questi aspetti mi sono familiari, l'insieme è gradevole e rilassante. Si vede che si tratta di una società che viene da un'esperienza di vita faticosa e poco avvezza ai lussi,i tratti delle persone che si incontrano per la strada sono i tratti che possiamo incontrare per certe nostre strade dell'interno; tutto questo mi rende questi luoghi già cari senza quasi conoscerli e, seguendo i pensieri assurdi che ogni tanto attraversano la mente, questo potrebbe essere un luogo dove varrebbe la pena spendere un periodo della vita.
25/4/2004 ore 15:50
ATLANTICO !!
Alle ore 15:50 locali Gianbiagio ci ha chiamato in radio nell'esatto momento in cui stava doppiando la punta di Tarifa, l'estremo sud della penisola Iberica, e si stava affaciando sull'oceano Atlantico.
Procedeva con mare buono e vento sostenuto. Rotta verso Portimao in Portogallo. Complimenti a Gianbiagio ed Amalia, un primo passo è fatto!
23/4/2004
email da Ulyxes4
Ci eravamo dunque lasciati che eravamo ormeggiati ad Estepona, spinti in quei
paraggi da un vento impetuoso da ovest che ci aveva impedito di raggiungere
Gibilterra come invece avevamo sperato.
Bene, forse non tutto il male viene per nuocere; infatti ieri, alle 19:00,
siamo usciti da Estepona con un leggero venticello da Nord Ovest, abbiamo quindi
iniziato la veleggiata di circa 20 miglia verso Europa Point che è il capo posto
nelle vicinanze della Rocca e che rappresenta il punto di ingresso vero e
proprio in Mediterraneo per coloro che provengono dall'Oceano Atlantico. Scipio
faceva il suo dovere e noi ci siamo goduti un tramonto da sogno; man mano che il
sole scendeva sull'orizzonte si cominciavano a vedere le luci tremolanti delle
abitazioni sulla costa, via via sempre più distinte, le alture si scurivano, si
perdevano i dettagli e il loro colore si avvicinava a quel color cobalto che
assumono i nostri Sette Fratelli e Monte Serpeddì quando li si guarda al
tramonto nell! a buona stagione. In lontananza, verso Sud, si cominciavano a
vedere le luci delle navi che imboccavano lo Stretto, dirette in Oceano, e,
oltre la fila delle navi, maestose nella bruma, si potevano vedere le cime delle
montagne del Marocco: l'Africa era lì, davanti a noi, sarebbe bastato tirare una
linea sulla carta nautica, navigare alcune ore, e saremmo stati a Ceuta; questa
è una delle magie di andare in barca, il mondo è solo al termine di una linea,
più o meno lunga, sulla carta, basta volerlo e una infinità di destinazioni,
affascinanti nella loro diversità, può diventare la nostra casa. Quando siamo
arrivati ad alcune miglia da Europa Point erano circa le ore 01:30, il cielo era
un trionfo di stelle; la quantità di stelle che si vede da una barca al largo è
infinitamente più grande di quella alla quale siamo abituati noi che viviamo
nelle città, sono così tante che individuare le costellazioni si complica perchè
non c'è un angolino, seppur piccolo, sgombro da stelle,! è tutto un brillio che
dà... i brividi...ci si sente così insignifica pensa la realtà a ridare
significato alla nostra esistenza e alle nostre azioni, eh sì, forse non è di
comune cognizione che l'area di Gibilterra ha una densità di navi e barche da
capogiro e, le successive due ore di navigazione sono trascorse con Amalia al
timone che, poverina, era costretta a governare la barca seguendo le continue
variazioni di rotta che io le davo per effettuare il periplo del capo, evitando
di finire pericolosamente vicini al traffico e alle molte navi alla fonda
distribuite un pò dovunque. Io avevo il mio daffare e saltarellavo di continuo
tra il pozzetto per l'osservazione a vista e il tavolo di navigazione dove
potevo confermare le mie impressioni visive al radar, sapete com'è, di notte
tutti i gatti paiono bigi ed è molto facile ingannarsi, per cui l'attenzione
deve essere sempre al massimo livello e bisogna sfruttare tutti i mezzi
disponibili. Poi è apparsa la baia di Algesiras con un mare di luci incredibile,
i fanali delle navi che la percorreva! no ne erano sommersi, le potevo vedere
solo cercando di distinguere le loro sagome scure che si muovevano sullo sfondo
illuminato; infine individuiamo il fanale bianco posto sulla testata del molo
più esterno del porto commerciale di Gibilterra, porto al quale sono legate
alcune delle azioni di guerra più coraggiose e incredibili che si conoscano:
quelle dei nostri incursori che con i "maiali" andavano di notte, in immersione,
a minare le navi di Sua Maestà Britannica. Poi, in rapida sequenza, troviamo i
fanali dell'ingresso sud, quelli dell'ingresso nord, dribbliamo una nave alla
fonda, cerchiamo di dribblarne altre due ma poi desistiamo.. erano dentro il
porto ma per un pò erano sembrate fuori, troviamo la torre di controllo, viriamo
di 90 gradi a dritta, imbocchiamo il canale che separa il porto
dall'...aeroporto ( sì, l'aeroporto è proprio in città!) e dopo poco siamo
ormeggiati al pontile della dogana, stanchi ma, ve lo posso confessare, anche
soddisfatti. Al mattino s! iamo stati svegliati dai doganieri, abbiamo fatto le
pratiche previste , anche se non abbiamo certo rinunciato ad una lunghissima
passeggiata in città che veramente lo merita, nella sua bizzarria. La nostra
partenza da Gibilterra potrebbe già essere domani se la il vento lo
permetterà.
13/4/2004 ore 15:30
email da Ulyxes4
Siamo arrivati ad Almeria due giorni fa e siamo ormeggiati al Club de Mar dove, finalmente, si può stare senza spendere cifre esorbitanti per l'ormeggio, come invece è accaduto finora. La città è molto carina e ridente, la zona di fronte al porto si articola intorno ad una rambla di grande respiro, con larghissimi marciapiedi laterali mentre al centro c'è un'area pedonabile con un canale che scorre, interrotto da cascatelle e fontane in mezzo ad aiuole curatissime; sulla rambla si affacciano palazzi modernissimi e di grande disegno insieme a palazzi austeri come quello della Banca de Espagna, il tutto illuminato e colorato da bei negozi, ristoranti e quant'altro. La parte restante della città è invece come forse si può immaginare, stradine un pò strette che rispecchiano l'origine araba dell'attuale città, sovrastate da un imponente castello arabo, la Alcazaba; lo abbiamo visitato e, in qualità di cittadini UE, gratis, e vi posso dire che è valsa la pena di percorrere tutta la salita che conduce fin là, le mura merlate, i torrioni, le feritoie, i cannoni in ferro, la residenza dell'odalisca e tutto il resto fanno intuire un periodo di splendore dell'Islam. Una curiosità di questo castello moresco è che le mura e le difese non sono rivolte, come ci si potrebbe aspettare verso il mare da cui potrebbe venire un possibile attaccante e invasore, sono invece volte verso la terra chiarendo così che era l'invasore che difendeva le proprie conquiste dalla possibile reazione di coloro che quella terra già abitavano. Dopo questa parentisi turistica parliamo della navigazione che ci ha condotto fin qui da Alicante, è stato il tratto di mare più frequentato che abbia mai percorso in vita mia, durante la prima notte non ho praticamente chiuso occhio perchè siamo capitati in mezzo ad una sterminata flotta peschereccia e, in varie occasioni, ho dovuto manovrare in spazi ristretti per evitare collisioni; tra l'altro i pescatori spagnoli, come quelli di tutto il ! mondo credo, non fanno molti complimenti e se ti trovi in una posizion o non garba ti mettono la prua addosso e ti devi per forza disimpegnare. Durante la seconda notte c'è stato il doppiaggio di Cabo de Gata in un tempo infame, avevamo vento (favorevole) tra 20 e 30 nodi, la pioggia era pesantissima e faceva un gran freddo, insomma non era bello stare fuori; anche questa seconda notte è stata impegnativa però più confortevole, infatti il grande traffico navale era costituito solo da navi che sono ben visibili sul radar e seguono rotte costanti a differenza dei pescherecci, in queste condizioni, con le vele a segno, con Scipio, il timone a vento, ben regolato, il radar ed il plotter accesi, io potevo stare al tavolo di carteggio e seguire tutta la situazione in pieno relax e comfort, quando era necessario cambiare rotta per essere sicuri di non entrare in rotta di collisione con altro traffico, sempre dall'interno, potevo agire su dei sagolini che ho attrezzato su Scipio per variare la rotta senza andare materialmente fino a poppa. Volevamo arrivare fino a Gibilterra ma, dato che c'era Almeria vicina siamo entrati in porto e non ce ne siamo davvero pentiti; tra l'altro sto facendo molti lavori di ottimizzazione che si stanno rivelando necessari man mano che si procede, in particolare sta cercando di ottenere un rendimento accettabile dalla radio ad onde corte, operazione questa non agevole da fare su una barca che male si presta ad attrezzare buone antenne; comunque finora, anche se le prestazioni non sono ottimali, l'abnegazione degli amici radioamatori ha fatto sì che la nostra posizione e le situazione a bordo siano state sempre aggiornatissime, grazie. La prossima partenza sarà domani diretti verso Gibilterra o anche oltre, vedremo. Hasta la vista
12/4/2004 ore 22:00
Fermi ad Almeria
Dalla giornata di ieri sono in porto ad Almeria dove contano di rimanere anche martedi e forse mercoledi.
31/3/2004 ore 21:21
email da Ulyxes4
Eccoci qui, il secondo giorno di navigazione, da quando abbiamo lasciato Carloforte, è cominciato; tanto perchè non ci viziassimo anzitempo stiamo bolinando contro il maestrale che, contrariamente a tutte le previsioni, è arrivato gagliardo con anche tanta pioggia; si tratta del fronte che presto delizierà anche voi in Sardegna. L'andatura è scomoda e faticosa come in ogni bolina che si rispetti, però c'è la novità che Scipio, il timone a vento, sta funzionando da par suo e, io, dopo aver ridotto le vele, mi sono rintanato al coperto, ho chiuso il portello d'ingresso e osservo l'esterno attraverso le finestre trasparenti, vi assicuro che è una bella comodità. Il resto dell'equipaggio sta litigando col suo stomaco che non gradisce il maestrale al mascone, però devo dire che prende la cosa con spirito positivo come pochi. Partendo da Carloforte avevamo pianificato di dirigere su Minorca, però questo vento non ci permette, per ora, di fare la rotta necessaria, vedremo più in là! quale direzione prendere, anche se una visita alle Baleari non dispiacerebbe nè a me nè ad Amalia.
30/3/2004
Addio Carloforte!
Hanno preso il largo questo pomeriggio e veleggiano con vento leggero, ma piacevole verso le Baleari.
28/3/2004
Carloforte!
In attesa che le condizioni meteo sulle isole Baleari migliorino, GianBiagio conta di rimanere nel porto di Carloforte anche per la giornata del 29/3. Se sarà possibile, partirà la mattina del 30/3.
27/3/2004
LA PARTENZA
Oggi, alle ore 13,00, dopo avere risolto i problemi tecnici dell'ultimo minuto, Gian Biagio is0ezz e Amalia sono partiti per il viaggio con la ormai famosa barca a vela ULYXES 4 che li porterà in giro per il mondo...
Sul molo della Lega navale si sono riuniti per salutarli, con un po' di emozione, parenti, amici e radioamatori.
Da questa sera sul sito le notizie dei contatti quotidiani via radio.
..e ci riproviamo......, si, domani mattina sabato 27 marzo in tarda mattinata lasceremo l'ormeggio della Lega Navale diretti ad Ovest, la barca è pronta, la cambusa è piena, il morale è alto, l'equipaggio scalpita e insomma, è arrivato il momento di salutare per la seconda volta la terra natia e andare verso il grande Nord; secondo le previsioni meteo abbiamo davanti alcuni giorni di vento dai settori orientali e ne vogliamo approgrottare; quindi amici ci siamo. Un abbraccio a tutti
Gian Biagio is0ezz
13/3/2004
Presso la sede dell'Associazione Radioamatori Sardi, Gian Biagio ha illustrato la rotta che intende seguire durante questo suo secondo viaggio; sono stati proposti orari e frequenze radio che verranno utilizzate per i contatti giornalieri durante i quali ci fornirà la sua posizione.
Registrazioni audio dei collegamenti con Gian Biagio
Ascoltare Gian Biagio in streaming audio su Internet (Quando disponibile)
Il libro di Gian Biagio e Amalia
Rassegna Stampa
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Album fotografico
RINGRAZIAMENTI Un ringraziamento ai Radioamatori che hanno collaborato o collaborano per i collegamenti con Gian Biagio: IS0KNV, IS0CLA, IS0MYN, IS0USL, IT9RPQ, IM0MBP, IS0XUM, IS0HQJ, IS0AYZ, IS0IHL, I0UBP, IS0SDX, IS0GYD, IS0XDA, IS0IEK, IS0IGV, IS0/IK3UMW, IS0XRN, IS0GRB, IS0QPA, IS0SEL, IZ6FUQ, IS0PGF, IK7DBG, IS0XGO